Un nuovo ordine energetico si prepara all’orizzonte. Preso atto che il mercato ha attraversato una crisi ben diversa da quella del 2022, il nuovo scenario geopolitico – con Stati Uniti e Iran che sembrano avviarsi verso una distensione – potrebbe sorprendere in positivo. Secondo Davide Tabarelli, esperto del settore e presidente di Nomisma Energia ci aspetta un ciclo espansivo. E l’allarme di Confindustria è condivisibile, ma eccessivamente imputato al solo fattore energia.
Professore, quanto pesa il nuovo scenario internazionale?
«Moltissimo. I mercati energetici reagiscono soprattutto alle aspettative geopolitiche. Oggi gli operatori stanno scontando la possibilità di una riduzione delle tensioni in Medio Oriente e soprattutto una graduale normalizzazione dei rapporti tra Stati Uniti e Iran. Un’idea che sta già facendo scendere i prezzi del petrolio e, indirettamente, anche del gas».
Sta arrivando moltissimo Gnl dagli Stati Uniti. Un passaggio inevitabile dopo l’uscita dell’Ue dal gas russo?
«Sì. L’Europa aveva bisogno di sostituire circa 150 miliardi di mc di gas russo via tubo, oltre alle forniture di Gnl che Mosca continuava comunque a esportare. Gli Usa, nel frattempo, hanno aumentato enormemente la propria capacità di liquefazione e ora devono collocare sul mercato volumi giganteschi di gas. L’occasione perfetta è stata proprio la nuova crisi in Europa. Prima del 2021 compravamo praticamente zero gas americano; oggi ne importiamo circa 60 miliardi di mc l’anno».
Molte aziende sostengono che il Gnl americano abbia costi troppo alti.
«Bisogna distinguere tra costi e prezzi. I costi di produzione negli Stati Uniti sono relativamente bassi. Gli americani pagano il gas circa 10 euro per megawattora, un prezzo vicino ai loro costi interni. Se aggiungiamo il trasporto verso l’Europa arriviamo attorno ai 15-20 euro. Ma il problema è che il gas viene venduto sul mercato europeo al prezzo europeo, che è rimasto molto più alto: prima della crisi era tra 15 e 20 euro, poi è arrivato persino a 300, oggi oscilla intorno ai 40-45 euro. Quindi chi commercia il Gnl realizza margini enormi. È normale in una fase di forte squilibrio».
La pace tra Usa e Iran potrebbe quindi far crollare i prezzi energetici?
«Potrebbe portarli sensibilmente più in basso. Se il Medio Oriente torna relativamente stabile e l’Iran riesce ad aumentare le esportazioni, il mercato petrolifero si troverà con molta più offerta disponibile. Noi già a dicembre prevedevamo un petrolio nell’area 50-60 dollari al barile. Oggi quello scenario torna credibile. E se il petrolio scende, si riducono anche inflazione, costi dei trasporti e pressione sulle banche centrali».
Significa bollette più leggere?
«Nel medio periodo sì, ma attenzione: il quadro resta fragile. Molto dipenderà dal clima, dalla domanda asiatica e dalle decisioni geopolitiche americane. Oggi il mercato festeggia la prospettiva di stabilità, ma basta una nuova tensione internazionale per invertire rapidamente la tendenza. Inoltre l’Europa continua ad avere un problema strutturale: dipende fortemente dalle importazioni energetiche. L’Italia, per esempio, importa ancora circa l’86% dell’energia che consuma».
E sul fronte degli stoccaggi di gas? L’Italia rischia?
«L’Italia è messa meglio di altri Paesi europei, soprattutto della Germania. Abbiamo molta capacità di stoccaggio e la stiamo riempiendo abbastanza rapidamente. Il problema però è europeo. La Germania è il primo consumatore continentale e i suoi livelli di scorte influenzano direttamente i prezzi di tutto il mercato europeo. Se Berlino resta scoperta, i prezzi salgono per tutti».
Potrebbe convenire avere una collaborazione energetica più stretta tra Italia e Germania?
«Sì, ed è già prevista. L’Italia potrebbe esportare grandi quantità di gas verso la Germania utilizzando i propri stoccaggi e i rigassificatori. Inoltre i carichi di Gnl destinati ai terminali italiani potrebbero essere reindirizzati verso il Nord Europa nei momenti di picco della domanda invernale. È proprio questa la forza strategica del Gnl: la flessibilità».
All’assemblea Confindustria si è parlato di crisi energetica e di industria in difficoltà. Condivide l’allarme?
«La crisi industriale europea è reale, ma non dipende solo dall’energia. Il costo energetico è diventato una sorta di amplificatore di problemi più profondi: rallentamento industriale, perdita di competitività, eccesso di regolazione e debolezza della domanda europea. Alcuni settori energivori ricevono già molti aiuti e pagano elettricità a prezzi persino inferiori alla media europea. Per questo dire che tutta la crisi dipende dall’energia sarebbe una semplificazione».
Il Pnrr può risolvere questi problemi?
«No, non completamente. Il Pnrr è stato costruito soprattutto per accelerare investimenti in rinnovabili, efficienza energetica e transizione ecologica. È utile, ma non elimina il problema strutturale europeo: la dipendenza energetica dall’estero».
Guardando al futuro, qual è il vero paradosso di questa fase storica?
«Che non c’è mai stata così tanta energia disponibile come oggi. Abbiamo più petrolio, più gas naturale liquefatto, più fotovoltaico e più rinnovabili di sempre. Eppure i mercati restano instabili perché il problema non è solo energetico: è geopolitico. Per questo, una possibile distensione tra Usa e Iran potrebbe diventare uno degli eventi economici più importanti dei prossimi mesi».
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