Sempre più società annunciano tagli al personale per sostituire parte della forza lavoro con l’intelligenza artificiale. Tra le ultime è da menzionare InvestCloud, che ha recentemente comunicato 37 licenziamenti nella sede di Marghera (Venezia). In precedenza era stata la volta di Klarna, che nel 2022 ha licenziato circa 700 dipendenti attraverso un controverso videomessaggio preregistrato. Due anni dopo, l’azienda ha annunciato che il proprio assistente di intelligenza artificiale svolgeva un volume di lavoro equivalente a quello di 700 operatori del servizio clienti. Secondo Klarna, il sistema gestiva già due terzi delle richieste di assistenza e avrebbe fatto lievitare la redditività del gruppo. Nel settembre 2025 la fintech svedese si è quotata al New York Stock Exchange, raccogliendo 1,37 miliardi di dollari e raggiungendo una valutazione di circa 15 miliardi. Pochi mesi prima, nel maggio dello stesso anno, il ceo di Klarna – Sebastian Siemiatkowski – ha fatto retromarcia sui licenziamenti e ha spiegato che la sostituzione del personale con l’intelligenza artificiale aveva peggiorato la qualità del servizio e che l’azienda sarebbe tornata ad assumere personale in carne e ossa.
Lo stesso ha fatto Duolingo: nel 2024 l’azienda ha annunciato la riduzione del 10% della sua forza lavoro, in particolare dei collaboratori esterni.
Il motivo? L’adozione di modelli di intelligenza artificiale generativa in sostituzione degli operatori umani. A fine aprile 2025 il ceo Luis Von Ahn pubblica un post su Linkedin contenente un memo, circolato internamente all’azienda, in cui si comunica la decisione di diventare un’azienda “IA first“. La decisione comportava, come riportato, il ricorso sempre meno frequente al lavoro umano, in favore di una maggiore automazione dei processi. Pochi giorni dopo, a inizio maggio, il titolo faceva un balzo del 10% toccando nuovi massimi storici. A spingere le quotazioni sono stati soprattutto i conti trimestrali superiori alle attese, ma la scommessa sull’intelligenza artificiale ha contribuito a imbastire il racconto di un’azienda all’avanguardia.
Ed ecco che, qualche mese dopo, nell’estate del 2025, è arrivato il chiarimento: il ceo di Duolingo ha spiegato che l’integrazione massiccia dell’intelligenza artificiale non ha comportato tagli al personale a tempo pieno e che l’IA non sarebbe stata utilizzata per sostituire le persone, ma per svolgere più lavoro con lo stesso numero di impiegati. Anzi, a ben guardare, in questo momento Duolingo ha ben 54 posizioni aperte su Glassdoor negli Usa. «Stiamo assumendo alla stessa velocità di prima» ha spiegato il ceo in un post su Linkedin.
La stessa InvestCloud non era nuova agli esuberi. Come riportato da Citywire Usa, già nell’ottobre 2023 il gruppo aveva ridotto di circa il 5% la forza lavoro globale nell’ambito di una ristrutturazione avviata dopo il cambio al vertice aziendale. ChatGpt era stato lanciato meno di un anno prima, nel novembre 2022.
Al giorno d’oggi sono molte le società che si dichiarano “IA first“ e spesso è una strategia inevitabile per stare al passo con le aziende concorrenti. Secondo fonti di settore, le aziende – in particolar modo quelle tecnologiche – sono spinte a fare annunci sensazionalistici sullo stato del proprio avanzamento nell’automazione. La competizione è troppo alta e restare in silenzio, quando tutti gli altri si dichiarano in prima linea sull’integrazione dell’IA in azienda, rischia di essere una mossa suicida.
«I casi citati, al pari di altri, testimoniano il duplice approccio all’IA nel mondo del lavoro: innovazione e paura» spiega a Moneta Ugo Di Stefano, Senior Partner di Lexellent. Lo sviluppo tecnologico dell’IA favorisce l’entusiasmo e le prospettive per l’esecuzione di attività sempre più efficienti e complesse.
«Ciò porta alla diffusione di paure per la trasformazione del lavoro e la perdita di occupazione. In questo contesto, c’è chi può essere tentato di confondere (in buona o mala fede) l’adozione di uno strumento come immediatamente equivalente a una mutata organizzazione del lavoro foriera di esuberi e, quindi, licenziamenti».
Eppure, l’utilizzo dell’IA in azienda è oggi, generalmente, ancora molto rudimentale: mancano i software adeguati, maturi e capaci di interfacciarsi pienamente con i più diffusi gestionali aziendali.
«Indicare l’IA può però servire, talvolta, a rendere accettabile un processo di riduzione di costi del personale, mascherato da sviluppo industriale. L’intento è di salvaguardare la reputazione aziendale mostrandosi innovativi e tecnologici, senza subire il biasimo per aver ridotto l’occupazione».
Si tratta però di un approccio che non paga: se la riorganizzazione non è effettiva e dimostrabile, il tutto non reggerà all’esame delle autorità preposte alle verifiche e, di conseguenza, il danno di immagine sarà addirittura maggiore. Tuttavia la moda dell’“IA first“ nelle comunicazioni aziendali rischia di scadere in comportamenti ben più gravi e – secondo gli esperti del settore – sta iniziando a configurarsi come una particolare declinazione di reati informativi.
«Il fenomeno dell’“IA Washing” non è solo un problema di comunicazione distorta: può integrare veri e propri reati, quindi condotte penalmente rilevanti» spiega a Moneta Alessandro Keller avvocato penalista esperto di diritto penale dell’economia e dell’impresa. «Quando un’azienda quotata dichiara falsamente di aver sostituito lavoratori con l’intelligenza artificiale per attrarre investitori o capitali, si entra nel perimetro della truffa contrattuale ai danni di investitori, dove l’artificio è la narrazione tecnologica costruita ad arte. Il meccanismo è noto: si induce in errore il mercato con affermazioni false, se ne trae un profitto ingiusto – il finanziamento – e si provoca un danno a chi ha investito sulla base di quello specifico elemento ritenuto determinante, in quanto il lavoro non svolto da esseri umani riduce il rischio di contenziosi e questioni di gestione del personale talvolta complesse. Nei casi più strutturati, con comunicati ufficiali e dichiarazioni pubbliche dei vertici aziendali, si può ipotizzare anche il reato di aggiotaggio informativo».
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