«Tutte le strade portano a Siena». Quando Luigi Lovaglio pronuncia questa frase a effetto non sa che «le strade» sono quelle di Intesa Sanpaolo e di Unipol. Le cui intenzioni non sono amichevoli. È il 26 maggio 2026 e il ceo del Monte dei Paschi di Siena, al congresso nazionale della Uilca, prospetta per la banca un futuro da player europeo. Passano solo 13 giorni e il numero uno di Intesa, Carlo Messina, lancia su Mps un’offerta di acquisto che prevede la cessione del marchio e della metà degli sportelli al gruppo Unipol. Da quel momento a Siena inizia uno psicodramma collettivo: la città teme la perdita della sua secolare banca, destinata a uno spezzatino che si divideranno Milano e Bologna. Ora, a distanza di cinque mesi, dopo la sconfitta di Lovaglio all’assemblea del 29 ottobre, quella prospettiva è quasi una certezza. E all’orizzonte si staglia il profilo di un nuovo Monte, in salsa emiliana, sotto il controllo delle stesse coop rosse che vent’anni fa avevano partecipazioni incrociate con Montepaschi nell’asse che allora era definito “finanza rossa“.
I piccoli azionisti, i sindacati, gli ex dipendenti che hanno preso la parola in quella assemblea sono scandalizzati. Chi preoccupato, chi inviperito, come se la città Stato fosse sotto attacco. Un brillante socio ha ricordato l’assedio del 1554, quando Carlo V, alleato dei Medici, pose fine alla Repubblica senese. Carlo, come Messina ceo di Intesa e Cimbri presidente di Unipol. Più prosaica, la segretaria generale della Cgil di Siena, Alice D’Ercole, paventa «processi di disaggregazione del perimetro» che definisce «una scelta politica ed economica predatoria su un gruppo che dà lavoro a 22mila persone, di cui 4.400 in Toscana».
Per D’Ercole lo smembramento genererà sovrapposizioni e metterà in pericolo funzioni direzionali e filiali. Il Pil della provincia, dice, «potrebbe contrarsi del 10%». In altri termini, Siena vive un esito di mercato come la perdita dell’indipendenza di una banca che sente “sua”. Ma con questo approccio dimentica gli eventi che, negli ultimi vent’anni, hanno già sancito da tempo il collasso di quel mondo.
Se riavvolgiamo il nastro a quando la legge Amato fa nascere la Fondazione Mps (1995), che a sua volta controlla saldamente (con oltre il 60%) la banca, lo psicodramma trova radici più antiche. Lovaglio ha salvato e rilanciato una banca che all’inizio di questo decennio era quasi fallita. E per il motivo più tipico per cui le banche falliscono: schiacciata da crediti inesigibili. Così negli anni Dieci il Monte diventa di Stato e la Fondazione Mps, indebitatasi per sostenere la banca, resta con uno zero virgola. Dai 230 milioni che l’ente ha erogato sul territorio nel 2008, si è passati agli 11-12 del presente. È la fine del modello che subordinava la banca, tramite i vertici della Fondazione, nominati dagli enti locali, alla politica. È la fine della “banca rossa”, indirettamente guidata da giunte a maggioranza Pci, Ds, Pd, che con i suoi utili finanziava la Fondazione.
«I senesi – dice a Moneta Luca Fiorito, economista e docente di Storia dell’economia politica all’Università degli Studi di Palermo, senese, già consigliere d’amministrazione del Monte – si sono accorti con quasi 15 anni di ritardo che Mps non fa più parte della città. Invece di elaborare un lutto, lo hanno rimosso, per poi affrontarlo solo adesso». In questa chiave qualcuno, nell’assemblea del 29 ottobre, ha fatto il paragone con la chiusura dell’Olivetti a Ivrea. «Ma non è così – continua Fiorito – il dramma della mancanza di Mps a Siena si sente già da anni e non è solo economico. Quella era anche una palestra di formazione della classe politica. C’è un elenco di amministratori locali, di sindaci, che sono stati tutti dipendenti di Mps».
Il paradosso è che il Monte che muore a Siena potrebbe rinascere a Bologna, in una sorta di contrappasso finanziario che ha le sue radici nel mancato matrimonio, a inizio millennio, con la Banca Nazionale del Lavoro. Un’operazione che avrebbe potuto cambiare la storia bancaria nazionale, soprattutto al Centro-Sud.
Bnl, dice ancora Fiorito, «si sarebbe sposata molto bene con Mps, che era debole sul corporate, ma molte forte sul retail. Quella partita aveva un senso strategico, ma anche una valenza politica. La Fondazione non voleva perdere il controllo della nuova entità. Per questo l’operazione non andò in porto». Un’occasione persa che, più tardi, si riflette sul tentativo di conquistare la stessa Bnl effettuato nel 2005 proprio dal gruppo Unipol, allora guidato da Giovanni Consorte, affiancato dal giovane direttore finanziario Carlo Cimbri. Ma Siena, che in Mps aveva ancora una quota in Bnl, oltre a essere tra i soci della stessa Unipol tramite Finsoe, si mise di traverso negando a Consorte la cessione del pacchetto Bnl. L’operazione, nella famosa estate dei “furbetti del quartierino”, naufragò poi per diverse ragioni. Ma gli attriti tra gli ex comunisti senesi e il mondo delle coop rosse, sottostanti alle faide tutte interne all’allora Ds, restarono tra le macerie di quella stagione.
Oggi, in qualche modo, Unipol presenta il conto. Il progetto di Messina ha trovato in Cimbri la sponda che permette di affrontare lo scoglio Antitrust, e in Unipol il cardine dell’ipotetico terzo polo: nascerà sotto l’ombrello di Bper, che Unipol controlla, e a cui sono destinati le strutture di Mps, il marchio e 635 sportelli. L’unione di Bper e Monte conterà quasi 2.600 sportelli, seconda rete nazionale. E si chiamerà Banca Monte dei Paschi: se poi sarà anche “di Siena” o meno, dipenderà dalla capacità che avranno istituzioni locali di uscire dalla sindrome di Carlo V e di sedersi a un tavolo con le idee chiare. «Siena – per Fiorito – può chiedere quattro cose. A livello corporate la direzione del credito all’agricoltura: funziona e permette di compensare la mancanza di distretti industriali importanti. A livello politico serve tenere in città almeno alcune funzioni strategiche. Poi va conservato il marchio. E infine Siena può giocarsi una carta importante: una Fondazione che gestisca il patrimonio delle collezioni artistiche delle banche, anche di proprietà diverse: sarebbe un risultato di grande impatto, al minimo costo». Insomma per la banca che vivrà due volte, ci sono ancora un po’ di carte da giocare.
© Riproduzione riservata