Il mercato italiano delle città intelligenti vale 1,03 miliardi di euro. Non è più una nicchia sperimentale, né un terreno riservato alle grandi città. È ormai un comparto industriale, composto da di sensori, piattaforme digitali, sistemi di illuminazione pubblica, mobilità connessa, monitoraggio ambientale e servizi basati sui dati. Ma dietro la crescita si apre una domanda politica ed economica: cosa resta delle smart city quando finiscono i fondi straordinari del Pnrr?
A fotografare il quadro è l’Osservatorio Smart City del Politecnico di Milano, secondo cui nel 2025 gli investimenti sono trainati soprattutto dalla mobilità intelligente, con 220 milioni di euro, e dall’illuminazione pubblica, con altri 200 milioni. Seguono le soluzioni per il monitoraggio del territorio, un ambito che comprende controllo ambientale, sicurezza urbana, gestione delle emergenze e raccolta di dati per la programmazione dei servizi. Il dato si inserisce in un mercato IoT italiano più ampio, che nel 2025 ha raggiunto 10,9 miliardi di euro, con la smart city tra i comparti sopra il miliardo.
Il nodo, però, non è solo quanto si investe. È come. Secondo i ricercatori, un Comune su cinque non ha una strategia post Pnrr. La scadenza del Piano nazionale di ripresa e resilienza rischia quindi di lasciare molte amministrazioni con infrastrutture nuove, ma senza risorse stabili per mantenerle, aggiornarle e integrarle nei servizi ordinari. È il problema classico della digitalizzazione pubblica italiana: si finanzia il progetto, meno spesso la sua gestione nel tempo. La smart city, in altre parole, entra nei bilanci comunali come investimento, ma deve poi diventare spesa corrente, competenza tecnica, organizzazione interna. Una rete di sensori per il traffico, un sistema di illuminazione intelligente o una piattaforma per raccogliere dati ambientali non funzionano da soli. Servono manutenzione, cybersecurity, personale formato, interoperabilità tra banche dati e capacità di trasformare le informazioni raccolte in decisioni amministrative.
È su questo passaggio che il Politecnico segnala la fragilità del modello attuale. Il 49% dei Comuni ritiene che le Regioni possano coordinare i territori, mentre il 48% vuole collaborare con altre amministrazioni locali. Ma solo il 13% partecipa a progetti di Smart Land, cioè iniziative di digitalizzazione costruite su scala territoriale e non limitate al singolo Comune. Il divario tra intenzione e attuazione rischia quindi di rimanere ampio e lascia molti dubbi sul futuro dei progetti.
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