La trattativa tra i cinesi di Sinochem e Pirelli sulla governance non è una disputa tecnica da addetti ai lavori, ma il riflesso di una frattura geopolitica che si è fatta improvvisamente concreta nei conti, e nelle prospettive, di un grande gruppo industriale europeo. In gioco non c’è soltanto l’equilibrio tra soci, bensì la possibilità stessa per Pirelli di continuare a operare senza vincoli in alcuni mercati chiave, a cominciare dagli Stati Uniti, dove la sensibilità verso la presenza cinese nelle filiere automotive e tecnologiche è cresciuta fino a trasformarsi in regole e divieti. Il nodo della governance dovrà essere risolto entro il 17 marzo, quando sarà operativa la norma sui connected vehicles che obbligherà i produttori a dichiarare la presenza di sistemi hardware e software prodotti da società con presenze rilevanti di azionisti considerati ostili al Paese e tra questi la Cina. Sinochem è oggi il primo azionista del gruppo della Bicocca, con una quota del 34,1%. Anche se Sinochem non esercita il controllo su Pirelli, la sua presenza nell’azionariato rappresenta un problema concreto per i regolatori Usa.

La pressione si è intensificata negli ultimi mesi per una combinazione di fattori. Da un lato, l’inasprimento delle politiche americane su dati, software e componenti legati ai veicoli “connessi” ha accorciato l’orizzonte temporale delle decisioni. Dall’altro, l’Italia ha già fatto capire di essere pronta a intervenire nuovamente sul dossier Pirelli, dopo aver utilizzato i poteri speciali nel 2023 per limitare l’accesso di Sinochem a informazioni sensibili e circoscriverne il ruolo in alcune decisioni strategiche.
Ipotesi soft
L’ipotesi più soft prevede che Sinochem resti al suo posto, ma con poteri ulteriormente sterilizzati: un azionista forte sul piano finanziario, ma sostanzialmente passivo sul piano strategico. È una strada che consentirebbe di evitare operazioni straordinarie complesse, ma che non sarebbe sufficiente se negli Stati Uniti il discrimine dovesse diventare la semplice presenza azionaria, più che l’effettiva capacità di incidere sulle scelte. Per questo, nelle ultime settimane ha preso corpo uno scenario più radicale: una riduzione significativa della partecipazione cinese, fino a soglie considerate “di sicurezza” dai mercati occidentali. La cifra del 10%, che definirebbe legalmente Sinochem come investitore passivo, è circolata come possibile soluzione.
Golden power
Un’operazione del genere, tuttavia, richiede tempo, un prezzo adeguato e una struttura finanziaria in grado di assorbire un pacchetto rilevante, senza destabilizzare il titolo. Esiste poi una terza opzione, evocata più come deterrente che come obiettivo: un nuovo intervento pubblico che sterilizzi col golden power i diritti di voto di Sinochem. Sarebbe una soluzione efficace sul piano formale, ma che potrebbe portare al rischio di contenziosi.

A rendere ancora più urgente una decisione è però la scadenza, il prossimo 19 maggio, del patto tra Sinochem e Camfin, che rende inevitabile una ridefinizione degli equilibri. L’accordo tra la holding di Marco Tronchetti Provera (che ha il 25% circa di Pirelli che ha espresso la volontà di salire fino al 30%) e i soci cinesi era entrato in vigore il 19 maggio 2023 e limato anche a novembre 2025 a seguito della conversione del bond da 500 milioni che ha diluito le partecipazioni dei soci. Se, come è assai probabile, ne verrà decisa la disdetta, dovrà essere notificata al golden power che entro fine marzo-inizio aprile ha tempo per fare le sue valutazioni che possono condizionare anche le regole per la presentazione delle liste per il nuovo cda. Liste da pubblicare 25 giorni prima dell’assemblea dei soci sull’approvazione del bilancio fissata per il 25 giugno.
Il calendario
La partita si gioca, dunque, tutta sul calendario. Che resta stretto con una tabella di marcia societaria serrata: il prossimo 25 febbraio Pirelli riunirà il cda per l’esame dei risultati preliminari al 31 dicembre 2025. Il 26 marzo dovrà approvare il progetto di bilancio e del bilancio consolidato al 31 dicembre 2025. Per il 7 maggio è fissata la riunione sul via libera al resoconto intermedio di gestione (al 31 marzo). La semestrale verrà poi approvata dal cda del 26 luglio e il resoconto intermedio al 30 settembre finirà sul tavolo del board il 5 novembre.
Diluizione forzata
Il governo italiano osserva e pesa le mosse, consapevole che il dossier Pirelli è diventato un banco di prova della capacità di coniugare tutela degli asset strategici e apertura ai capitali esteri, in un mondo che però sta cambiando equilibri e dinamiche di mercato e dove, per questa ragione, alcuni capitali possono diventare ostacoli allo sviluppo industriale delle società in Paesi dove non sono graditi per legge.

Troppa rigidità rischierebbe di trasformare un caso specifico in un precedente, di indebolire la posizione del governo. Sinochem, dal canto suo, mira a non subire una diluizione forzata anche se la sua presenza rischia di creare un danno per Pirelli che vedrebbe venir meno una leva tecnologica importante come il Cyber Tyre. Il fatto che il gruppo cinese abbia affidato a Bnp Paribas un mandato esplorativo sulle opzioni disponibili segnala una maggiore disponibilità al dialogo rispetto al passato. Ma la geopolitica resta al centro: in questi giorni le autorità cinesi hanno ordinato alle società nazionali di smettere di utilizzare il software di cybersicurezza di circa una dozzina di aziende statunitensi e israeliane per motivi di sicurezza nazionale.
Se a metà marzo avesse ancora una quota superiore al 10% di Pirelli, l’adozione dei cosiddetti pneumatici intelligenti subirà un ritardo. Che inficerebbe i risultati record per l’innovazione conquistati dalla Bicocca con i premi nei test di prodotto e i riconoscimenti alla tecnologia Cyber Tyre, assegnati da enti indipendenti e riviste specializzate.
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