Il vino italiano continua a dominare la scena mondiale per produzione ed export, ma il 2025 segna una frenata che il settore non può più considerare temporanea. A rallentare sono le vendite, soprattutto all’estero, mentre cambiano i consumi e aumenta la selezione tra aziende grandi e piccole. Resistono meglio gli spumanti e i vini premium, mentre soffrono la fascia media del mercato e le imprese meno strutturate. È il quadro che emerge dall’Indagine sul settore vinicolo italiano dell’Area Studi Mediobanca, realizzata su 255 principali società di capitali con oltre 12 miliardi di euro di fatturato aggregato.
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Export in calo e consumi più deboli
Nel 2025 il comparto registra una contrazione complessiva delle vendite del 2,8% rispetto all’anno precedente. A pesare è soprattutto il rallentamento dei mercati esteri: l’export cala del 3,4%, mentre il mercato interno limita la flessione al 2,2%. Gli Stati Uniti, tradizionale motore della crescita del vino italiano, registrano un arretramento del 6,3%, mentre nei Paesi dell’Unione Europea il calo si ferma al 2,8%. Più stabile il Regno Unito, che chiude l’anno con una lieve flessione dello 0,7%.
Dietro questi numeri c’è un cambiamento ormai strutturale delle abitudini di consumo. Negli ultimi cinque anni l’80% dei produttori italiani ha rilevato una diminuzione dei consumi di vino e quasi due aziende su tre ritengono che il trend continuerà anche nei prossimi anni. In Italia il consumo pro capite è passato da 38 litri annui nel 2022 a 35,6 litri nel 2025, con una riduzione del 9,4% in appena tre anni. Si beve meno, ma si sceglie con maggiore attenzione, premiando qualità, riconoscibilità del brand e sostenibilità.
Tengono spumanti e vini premium
Il mercato si sta polarizzando e non tutti i segmenti reagiscono allo stesso modo. Gli spumanti confermano una maggiore capacità di tenuta, con vendite in calo dell’1,5%, contro il -3,3% registrato dagli altri vini. Anche i vini premium limitano le perdite al 2,2%, mentre la fascia intermedia è quella più penalizzata con una contrazione del 3,1%.
Tiene anche il biologico, che raggiunge il 6,2% del mercato e registra un calo contenuto allo 0,8%. Restano invece marginali i vini no-low alcol, ancora sotto lo 0,5% del comparto. Le maggiori difficoltà colpiscono soprattutto le aziende più piccole: le società con fatturato inferiore ai 30 milioni di euro registrano un calo delle vendite del 3,5%, peggiore rispetto alla media del settore. Soffrono anche le imprese con maggiore peso di immobili e impianti, il cui giro d’affari diminuisce del 3,7%.
La frenata si riflette sui margini. Nel 2025 l’Ebitda del comparto scende del 4,2%, l’Ebit del 9,5% e l’utile netto del 7,5%. In rallentamento anche i canali tradizionali di vendita: l’Ho.Re.Ca. perde il 2%, mentre enoteche e wine bar arretrano del 5,1%. Nemmeno l’online riesce più a sostenere il mercato: le vendite sui siti aziendali diminuiscono del 2,4% e quelle sulle piattaforme terze del 3,6%.
Il peso dei grandi gruppi e la leadership del Veneto
Nonostante il rallentamento, l’Italia conserva una posizione dominante nello scenario mondiale. Con 44,4 milioni di ettolitri prodotti nel 2025, il Paese si conferma il primo produttore mondiale di vino, pari a quasi il 20% della produzione globale. L’Italia resta inoltre il primo esportatore per quantità, con 21 milioni di ettolitri esportati, ed è seconda per valore con 7,8 miliardi di euro, dietro soltanto alla Francia.
La leadership del mercato resta nelle mani dei grandi gruppi. Cantine Riunite-GIV mantiene il primo posto con 635,1 milioni di euro di fatturato, seguita da Argea con 462,9 milioni e da Italian Wine Brands con 395,9 milioni. Tra i principali operatori figurano anche Caviro, Antinori, Herita Marzotto Wine Estates, Cavit, La Marca e Mezzacorona. Alcune aziende mostrano una fortissima vocazione internazionale: Fantini Group esporta oltre il 95% del fatturato, Argea quasi il 94%, mentre Ruffino e Fratelli Castellani superano il 90%.
A livello territoriale il Veneto continua a trainare il comparto nazionale. La regione concentra circa un quarto della produzione italiana e oltre il 35% dell’export complessivo. Seguono Emilia-Romagna e Piemonte, mentre la Toscana si distingue per la redditività più elevata del settore. Le aziende piemontesi risultano invece le più orientate ai mercati esteri, con oltre il 62% del fatturato generato fuori dall’Italia.
Nuovi mercati, investimenti e consolidamento
Di fronte a un mercato sempre più selettivo, le aziende puntano sulla trasformazione del modello produttivo e commerciale. Per il 72% dei produttori la leva principale sarà la diversificazione dell’offerta, mentre il 64% considera strategico aprire o consolidare nuovi mercati internazionali. Cresce anche l’attenzione verso marketing, comunicazione e sostenibilità.
Negli ultimi tre anni gli investimenti si sono concentrati soprattutto sulle cantine, sull’efficienza energetica e sulla tecnologia. Nel 2025 gli investimenti complessivi aumentano del 3,5%, segnale di un comparto che continua a investire nonostante il rallentamento dei ricavi. Parallelamente accelera il consolidamento del settore, con operazioni di M&A legate sia al rafforzamento territoriale sia al passaggio generazionale che coinvolge molte aziende storiche.
Resta infine fortissima la dimensione familiare del comparto. Il 66% del patrimonio netto delle imprese vinicole è detenuto da famiglie, quota che supera l’80% includendo le cooperative. Limitato il rapporto con la Borsa, con soltanto due società quotate su Euronext Growth Milan: Masi Agricola e IWB. Anche la governance mantiene caratteristiche tradizionali, con consigli di amministrazione ridotti e poteri spesso concentrati in poche figure apicali.
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