Il ribaltone all’assemblea del Montepaschi ha un regista occulto. Il suo nome è Vittorio Grilli, attuale presidente di Mediobanca, che avrebbe contribuito fattivamente alla clamorosa vittoria e al ritorno in sella di Luigi Lovaglio a Rocca Salimbeni. L’ex ministro e banchiere di JP Morgan si sarebbe adoperato, d’intesa con Gaetano Caputi – capo di Gabinetto di Palazzo Chigi – per convincere Delfin a votare la lista della Plt Holding di Pierluigi Tortora. Caputi avrebbe poi suggerito all’Enpam, l’ente nazionale previdenziale di medici e infermieri, di quasi azzerare la quota in Mps dall’1,3 allo 0,1%. Sempre Grilli avrebbe tessuto la tela per portare l’adesione di quanti più fondi (non Blackrock, probabilmente convinta dal mondo Generali) alla causa di Lovaglio. Una situazione che, a fronte del favore da Palazzo Chigi, ha convinto anche i soci indecisi. La stessa Banco Bpm, che ha il 3,7%, fino a martedì sera – vigilia del voto del 15 aprile – era propensa per il voto alla lista del cda, ma poi ci sarebbe stato un cambio su pressione di ambienti leghisti. L’opera di Grilli, secondo fonti di mercato, sarebbe volta a diventare in futuro presidente della Jp Morgan italiana una volta completata l’integrazione Mps-Mediobanca e finito il mandato di Cesare Bisoni.
Le implicazioni
Sta di fatto che, nel frattempo, le implicazioni della vittoria di Luigi Lovaglio andranno misurate alla prova dei fatti. Il ritornato ceo di Mps dovrà governare un consiglio d’amministrazione con la minoranza tra le più forti di sempre nella storia della finanza italiana: otto contro sette (contando il rappresentante di Assogestioni). Uno scenario inedito, frutto della prima vera applicazione su larga scala della nuova legge Capitali che si è rivelata essere un successo di democrazia assembleare, con un board che ha riflesso fedelmente gli equilibri nell’istituto. Peraltro, circostanza non comune, con un board ricco di pesi massimi del mondo bancario. Un fatto che a prima vista può essere giudicato positivamente – vuol dire più competenze ad alto livello, per la felicità della Banca centrale europea – ma che nella pratica del lavoro quotidiano potrebbe rivelarsi un ostacolo. Per dirla in modo popolare: potrebbero esserci troppi galli nel pollaio. Fianco a fianco, in occasione di tutte le decisioni più delicate, si troveranno a operare Lovaglio, ma anche Nicola Maione, ex presidente di un cda che è arrivato prima a escludere dalla lista del board e poi a licenziare Lovaglio dopo che questo si era candidato come capofila della lista di Plt Holding.

E poi ci sarà Fabrizio Palermo, l’ad di Acea che era stato proposto dalla lista del cda come nuovo numero uno di Rocca Salimbeni, uscito sconfitto da un’assemblea che gli ha comunque riservato un robusto pacchetto di preferenze. Per non parlare di Carlo Vivaldi, ex collega di Lovaglio a Unicredit che in un primo tempo era stato indicato nella terna dei possibili ceo di Mps nell’ambito della lista del cda. Così come Corrado Passera, ex ceo di Intesa Sanpaolo e durante la grande corsa per Mps prima accreditato come possibile presidente e poi come ad alternativo, infine come vicino a Lovaglio nella sua corsa a raccogliere il sostegno dei fondi d’investimento. Così stante le cose, il rischio polveriera balcanica nel nuovo cda è tangibile. Così come pone interrogativi il fatto che il nuovo board è quasi totalmente rivoluzionato rispetto al precedente in una fase delicata con l’applicazione del nuovo piano industriale e l’integrazione con Mediobanca ancora da completare. Servirà quindi un certo grado di responsabilità di tutti, dove sarà vitale essere in grado di seppellire l’ascia di guerra. Il primo banco di prova sarà la nomina del consigliere mancante in Mediobanca per supplire alle dimissioni di Federica Minozzi. Subito dopo bisognerà riempire di contenuti il piano industriale di Mps annunciato da Lovaglio al mercato con 14 miliardi di euro di dividendi in cinque anni. La Borsa, infatti, lo aveva mal digerito per l’assenza di dettagli o obiettivi intermedi, una falla che ora andrà tappata.
Ricerca di equilibrio
Insomma, il leitmotiv dei prossimi mesi sarà ritrovare un equilibrio. Più facile a dirsi che a farsi. Cosa accadrà quando in cda si tratterà di parlare della quota del 13,2% di Generali custodita in Piazzetta Cuccia? Per Lovaglio è un nice to have, significa che è buona cosa averla ma non centrale nella strategia. Il che significa che potrebbe essere messa sul mercato, in toto o in parte, per arrivare a operazioni più centrali per la nuova strategia. Un argomento indigesto per i rappresentanti eletti nella lista del cda. E, visto che il fulcro del nuovo piano verte su banca d’investimento e gestione patrimoniale, chissà che non possa ritornare di moda la famosa operazione con Banca Generali che fu tentata dall’ex ad di Mediobanca, Alberto Nagel, per cercare di sfuggire proprio alla scalata di Mps.

Ma è altrettanto chiaro che la situazione intorno al primo gruppo assicurativo italiano è alquanto fluida; quindi, non si esclude si possa muovere qualche grosso gruppo bancario (Intesa Sanpaolo è l’indiziato principale, ma c’è anche chi sussurra di Unicredit) che potrebbe farsi avanti per blindare la quota delle Generali e salvaguardarne l’italianità. Un ruolo da cavaliere bianco che ben si attaglia all’istituto guidato da Carlo Messina, vista anche la sua immagine di banca di sistema. Ma finora il suo ceo non ha concesso aperture su questo fronte.
Bpm
Molto interessante sarà vedere cosa accadrà sull’asse Mps-Bpm dopo la scelta di Piazza Meda, a sorpresa visto che nella lista del cda c’era un uomo vicino a Bpm come Paolo Boccardelli, di schierarsi per Lovaglio. C’è chi scommette che la mossa dell’ad Giuseppe Castagna possa riportare sul tavolo il matrimonio dei due istituti, sotto lo sguardo benevolo del ministero dell’Economia e dei francesi del Crédit Agricole. Il primo, infatti, non ha mai fatto mistero di gradire un’unione Mps-Bpm. I secondi, ormai orfani del contratto di distribuzione con Unicredit per i fondi di Amundi, hanno bisogno di trovare un nuovo e potente canale distributivo come sicuramente sarebbe una grande banca che sarebbe il vero terzo polo del mondo bancario italiano. A quel punto, a cose fatte, il più giovane Castagna rispetto a Lovaglio potrebbe essere candidabile ad amministratore delegato del nuovo gruppo, magari con lo stesso Lovaglio presidente.
Partite piene di possibilità, ma anche di incognite. Cosa succederebbe, infatti, nei prossimi mesi se nell’ambito dell’indagine della Procura di Milano sul presunto concerto nella scalata di Mediobanca si arrivasse a un rinvio a giudizio per Lovaglio? Per quanto si possa essere ottimisti per una svolta favorevole al banchiere, nulla può essere escluso a priori compresa l’ipotesi che lui sia costretto a lasciare. E, si sa, nei mercati finanziari prima ancora che nella vita, l’incertezza è una cattiva compagna di viaggio.
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