C’è un filo rosso che attraversa almeno quarant’anni di storia economica italiana. Un filo che collega le proteste contro le acciaierie dei cosiddetti “no steel”, i cortei No Tav, le contestazioni contro il Tap, le battaglie sul Ponte sullo Stretto, i ricorsi contro rigassificatori, termovalorizzatori, pale eoliche, impianti fotovoltaici, elettrodotti e, più recentemente, il ritorno del nucleare. È il filo del “No”. Un fenomeno che nasce spesso da preoccupazioni legittime ma che, sommato nel tempo, ha finito per trasformarsi in uno dei principali fattori di rallentamento dello sviluppo infrastrutturale italiano.
L’ultimo episodio arriva dalla Val di Susa. A San Didero il gruppo siderurgico Beltrame ha presentato un progetto per riattivare il grande forno dell’ex acciaieria locale. Sul tavolo ci sono investimenti per circa 50 milioni di euro e la prospettiva di creare fino a 150 posti di lavoro diretti. Eppure il territorio si è immediatamente diviso. Da una parte chi vede nell’iniziativa un’occasione di rilancio industriale per un’area che negli ultimi decenni ha progressivamente perso occupazione manifatturiera. Dall’altra chi teme nuove emissioni, impatti sanitari e conseguenze ambientali. Il messaggio dei comitati è netto: prima la salute, poi il lavoro. La vicenda assume un valore simbolico perché si svolge proprio nella valle che da oltre trent’anni rappresenta il laboratorio politico e sociale del più celebre movimento di opposizione infrastrutturale italiano. Il No Tav è nato negli anni Novanta contro la linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione ed è diventato nel tempo qualcosa di molto più ampio: una cultura della contestazione che ha influenzato numerose altre mobilitazioni territoriali.
La Torino-Lione costituisce forse il caso più emblematico. Il progetto venne concepito negli anni Novanta come uno degli assi strategici dei collegamenti europei tra Penisola Iberica ed Europa orientale. Da allora si sono succeduti governi, commissari, ricorsi, studi, controstudi, manifestazioni e scontri. Mentre Francia e Italia discutevano, altri Paesi completavano infrastrutture analoghe in tempi molto più rapidi. Oggi il cantiere procede, ma con decenni di ritardo rispetto alle previsioni iniziali.
Dalla Puglia all’Azerbaigian
Non meno tormentata è stata la storia del Tap, il gasdotto che collega l’Azerbaigian all’Europa approdando sulle coste pugliesi. Per anni l’opera è stata contestata da amministrazioni locali, associazioni ambientaliste e movimenti civici. Al centro delle proteste vi erano l’espianto degli ulivi, l’impatto paesaggistico e la percezione che il territorio dovesse sostenere costi superiori ai benefici. Eppure, con la crisi energetica esplosa dopo l’invasione russa dell’Ucraina, proprio il Tap è diventato una delle principali alternative al gas di Mosca, contribuendo alla sicurezza energetica nazionale. Uno schema simile si è ripetuto con i rigassificatori. Quello di Piombino è stato contestato da cittadini, amministrazioni e categorie economiche che temevano effetti sul turismo e sulla pesca. Eppure la struttura è stata considerata essenziale per diversificare le fonti di approvvigionamento dopo il taglio delle forniture russe. Lo stesso vale per numerosi elettrodotti e impianti energetici considerati strategici da Terna ma spesso ostacolati a livello locale.
Paradossalmente il fenomeno riguarda anche le energie rinnovabili. L’Italia punta a installare decine di gigawatt aggiuntivi di eolico e fotovoltaico per rispettare gli obiettivi europei di decarbonizzazione. Tuttavia molti progetti vengono bloccati o rallentati da opposizioni territoriali, vincoli paesaggistici, ricorsi amministrativi e conflitti tra livelli istituzionali. In Sardegna e in Puglia le proteste contro l’eolico sono diventate una costante. In molte aree agricole gli impianti fotovoltaici vengono percepiti come una minaccia per il paesaggio o per la destinazione dei terreni. Stessa musica per i termovalorizzatori. L’Italia continua a esportare milioni di tonnellate di rifiuti o a trasferirli da una regione all’altra mentre ogni nuovo impianto scatena quasi inevitabilmente proteste e ricorsi.
Dietro queste vicende si nasconde un fenomeno che gli economisti definiscono Nimby, acronimo di “Not In My Back Yard”, non nel mio cortile. In teoria tutti riconoscono la necessità di infrastrutture. In pratica nessuno li vuole vicino a casa propria. Il problema è che la somma di migliaia di opposizioni locali finisce per produrre un effetto nazionale.
Naturalmente sarebbe sbagliato liquidare ogni protesta come egoismo territoriale. La storia industriale italiana offre esempi che giustificano molte preoccupazioni. Dall’ex Ilva di Taranto ai siti contaminati di Porto Marghera, da Bagnoli a Priolo, il Paese conosce bene le conseguenze di uno sviluppo che non tenga conto dell’impatto ambientale e sanitario. Molte battaglie civiche hanno contribuito a migliorare progetti, rafforzare controlli e aumentare la trasparenza. Il punto è che oggi il contesto è cambiato. La transizione energetica, la competizione geopolitica e la rivoluzione dell’intelligenza artificiale impongono nuove scelte. E qui emerge il prossimo terreno di scontro: il nucleare e i data center.
Il governo sta lavorando a un quadro normativo che potrebbe consentire il ritorno dell’energia atomica attraverso i piccoli reattori modulari. Tuttavia la questione centrale non riguarda solo la tecnologia ma anche il territorio. Ancora più imminente è la sfida dei data center. L’intelligenza artificiale sta provocando una corsa globale alla costruzione di giganteschi centri di elaborazione dati. Queste strutture richiedono enormi quantità di energia elettrica, sistemi di raffreddamento, connessioni dedicate e vaste superfici. L’Italia ambisce a diventare uno dei poli europei del settore grazie alla sua posizione geografica e alla presenza di importanti dorsali digitali. Ma già emergono i primi segnali di tensione.
Intelligenza artificiale
Il paradosso è evidente. Il Paese vuole attrarre investimenti tecnologici, sviluppare l’intelligenza artificiale, ridurre la dipendenza energetica e rilanciare la manifattura avanzata. Ma ciascuno di questi obiettivi richiede infrastrutture fisiche che qualcuno contesterà e bloccherà. Dalla Val di Susa all’acciaieria di San Didero, dal Ponte sullo Stretto ai futuri data center, la questione è sempre la stessa: quanto costa dire no? E chi paga il prezzo di quei no? Perché mentre il dibattito si prolunga, i capitali si spostano, gli investimenti scelgono altre destinazioni e le opportunità si allontanano. Alla fine il conto non arriva soltanto alle imprese che rinunciano a investire, ma a un intero Paese che rischia di perdere il treno della prossima rivoluzione industriale.
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