La locomotiva statunitense non accenna a rallentare e in questi ultimi anni ha trovato nell’intelligenza artificiale un nuovo grande alleato. L’AI ad oggi rappresenta un ulteriore pilastro a sostegno della prima economia del pianeta e il Fondo Monetario Internazionale nell’Outlook d’Autunno appena pubblicato la descrive come una forza che va di fatto a compensare i venti contrari geopolitici e il cui slancio è fortemente concentrato. Stati Uniti e Cina rappresentano infatti da sole oltre il 75% delle importazioni nette di hardware IA nel corso dello scorso anno e il 57% di tutti i data center costruiti dal 2024 in avanti.
L’assist dell’AI in questi anni ha dato fiato alla crescita dei profitti del corporate America e anche le prospettive rimangono solide. Ma per mantenere le promesse adesso le aziende devono fare i conti con la sfida rappresentata dai rendimenti più alti, con Treasury arrivati a tassi che non si vedevano da 24 anni. Proprio a tal riguardo è arrivato questa settimana l’avvertimento di Jamie Dimon, storico numero uno di JP Morgan, che vede potenziali difficoltà per l’economia americana se i rendimenti dei titoli di Stato salissero di un ulteriore 1% rispetto ai livelli attuali. «Passare dal 5% al 6% sarebbe più doloroso che passare dal 4 al 5%. Tutti dovranno pagare di più per il denaro e dovranno rinnovare i finanziamenti a tassi più alti, anche gli spread creditizi potrebbero aumentare leggermente», ha tagliato corto il ceo della maggiore banca statunitense.
Zavorra bond
Proprio il comparto del reddito fisso è servito da proxy per valutare quanto un settore chiave come quello bancario stia subendo o meno le tensioni crescenti dell’obbligazionario governativo. Proprio Jp Morgan ha fatto da apripista alla nuova stagione delle trimestrali bancarie oltreoceano, sfornando profitti per oltre 15,3 miliardi di dollari, in crescita di oltre il 6 per cento rispetto a un anno prima, ma in rallentamento dagli oltre 21 miliardi del trimestre precedente che era stato il riscontro migliore della storia per una banca americana grazie anche alla sponda della plusvalenza da vendita azioni Visa. Per la prima volta da quasi tre anni l’istituto di credito guidato da Dimon non ha centrato le attese, soprattutto per le perdite legate al rialzo dei rendimenti dei titoli governativi.
Contrastati anche i riscontri arrivati da Wells Fargo – che ha battuto sull’utile grazie alla crescita di prestiti e depositi, deludendo però su ricavi e margine di interesse – mentre Goldman Sachs ha messo a segno un trimestre eccellente spinto dal trading equity e dalle commissioni di investment banking, Citigroup ha superato le attese con un utile in rialzo del 40% e ricavi del terzo trimestre sostenuti da Services e Wealth. «In generale il comparto Fixed Income è stato quello più colpito in negativo da queste trimestrali – argomenta David Pascucci, market analyst di Xtb – con tutte le banche che registrano performance negative del comparto con Bank of America che segna un -17% e a seguire Morgan Stanley con -7%, Jp Morgan con un -4% e Goldman Sachs invariata». Nessun affanno invece per Citigroup, unica banca a registrare un aumento dell’attività fixed income con un +4% di aumento dei ricavi per il comparto, oltre che a registrare la miglior crescita dell’utile netto.
Mentre i mercati si concentrano su profitti e margine d’interesse per capire come stanno le banche, gli aggiornamenti trimestrali degli istituti di credito forniscono anche una serie di voci da vivisezionare attentamente per cogliere in tempo reale lo stato di salute dei consumatori, delle imprese e sulla liquidità del sistema. Dai conti economici delle grandi banche emergono infatti milioni di transazioni sottostanti in settori strategici. Di primo acchito l’ultima tornata di riscontri è rassicurante sullo stato di salute dell’economia in generale: JPMorgan Chase ha riportato nel terzo trimestre volumi di spesa con carte di credito e debito in aumento del 10% su base annua e contestualmente il tasso di perdite nette sulle carte è sceso al 2,91%; stessa dinamica per Bank of America con la spesa combinata con carte di credito e debito cresciuta dell’8% a 266 miliardi di dollari, mentre i saldi medi delle carte di credito sono saliti del 5% a 105,8 miliardi.
«Le banche americane restano un termometro utile dello stato di salute dell’economia, ma non perfetto. I risultati di JPMorgan, Wells Fargo, Goldman Sachs e Citigroup raccontano un Paese con un’economia in crescita trainata da consumi e investimenti delle imprese, ma al tempo stesso attraversato da tensioni che cominciano a farsi sentire», rimarca a Moneta Sara Amato, head of Investment Specialists Italia di Pictet Wealth Management.«Il settore bancario americano resta oggi solido – prosegue l’esperta – ma lo scenario che ha davanti è più complesso: sotto la superficie si muovono deficit elevati, un’inflazione che fatica a scendere, tassi in salita e crescenti tensioni geopolitiche, tutti fattori che richiederanno una gestione molto attenta dei rischi di mercato, di credito e tecnologici».
Sfide
Tornando al boom dell’AI, lato banche pone una duplice sfida. Sul fronte operativo e di business, la corsa a data center e infrastrutture sta assorbendo centinaia di miliardi attraverso private credit, obbligazioni e finanziamenti strutturati spesso con leva elevata: gli istituti sono esposti sia direttamente, sia indirettamente tramite linee di credito a fondi e veicoli specializzati. «Se i ritorni dei progetti AI deludessero o le capacità installate risultassero eccessive – avvisa Amato di Pictet WM -lo stress potrebbe propagarsi alla catena del credito proprio mentre i tassi elevati aumentano il costo del capitale per tutto l’immobiliare». Sul versante della sicurezza e della relazione con la clientela, ad esempio, Dimon ha bloccato l’accesso di agenti AI esterni come Muse ai conti dei clienti, per evitare fughe di depositi e rischi di disintermediazione.
Investitori dubbiosi
L’indice dei titoli bancari a stelle e strisce è reduce da due mesi difficili, con un saldo negativo del 12% circa rispetto ai massimi di periodo toccati a metà agosto, sotto la pressione dell’aumento dei rendimenti dei Treasury, dei dubbi sulla sostenibilità del ciclo di investimenti in conto capitale nell’intelligenza artificiale e dei rinnovati timori legati al rischio di disruption provocato dall’AI. In passato il settore ha comunque saputo recuperare velocemente dopo forti correzioni, tra cui il calo del 25% durante la fase del “Liberation Day” dello scorso anno e la flessione del 16% registrata quest’anno a febbraio-marzo, alimentata dai timori legati all’impatto dirompente dell’AI.
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