Della serie: «Non si butta via niente». Fondi di caffè, bucce di cipolla, bacche, avanzi di spinaci e scarti di barbabietola non finiscono più in pattumiera ma si trasformano in coloranti naturali per tessuti e cosmetici. Una filosofia antispreco all’ennesima potenza, che farebbe la felicità di qualsiasi casalinga con il pallino del riciclo. Ma qui, più che di rimedi della nonna, si parla di startup e tecnologie innovative, grazie alle quali gli scarti vegetali diventano materie prime, che colorano un po’ di tutto: dalle stoffe, ai trucchi fino agli alimenti.
Una di queste storie arriva dalla Basilicata, dove i fratelli Mastromartino hanno fondato Pigmento, una startup che ha deciso di realizzare coloranti naturali a partire dalla lavorazione degli scarti agricoli. Da materiali diversi, come bucce di cipolla gialla e rossa, spinaci e bacche di sambuco, vengono estratti i pigmenti che si trasformano in polvere ed estratti liquidi da vendere come prodotto finale alle aziende, soprattutto della moda.
Il mondo agricolo nasconde un potenziale arcobaleno tutto da recuperare per dare una nuova tinta al guardaroba. Magari anche più sostenibile. L’industria tessile è infatti tra i comparti industriali a maggiore impatto ambientale. Gran parte dei coloranti utilizzati deriva da composti petrolchimici, ottenuti attraverso processi ad alto consumo energetico e che richiedono solventi e reagenti chimici, che rischiano di disperdersi negli scarichi industriali. Ed è proprio qui che si aprono nuove opportunità. I requisiti di sostenibilità sempre più stringenti alimentano infatti la domanda di tinture naturali. Basta pensare al regolamento europeo sull’ecodesign, con l’introduzione progressiva dei passaporti digitali di prodotto, che aumenterà le esigenze di tracciabilità lungo la filiera, compreso il percorso del colore: dallo scarto agricolo utilizzato come materia prima fino al capo finito, appeso in negozio. Tradotto in numeri: secondo le stime di Mordor Intelligence, il mercato globale dei coloranti tessili raggiungerà i 13,21 miliardi di dollari nel 2026, per arrivare a 16,71 miliardi entro il 2031, con una crescita media annua del 4,8% nel periodo 2026-2031, e tra le spinte più forti c’è proprio quelle dei pigmenti naturali. Il nodo da sciogliere resta però quello dei costi: per passare dalle buone idee alla produzione su larga scala, questi processi dovranno diventare economicamente competitivi.
Intanto, la ricerca non si ferma e sta esplorando anche un’altra strada, decisamente più microscopica. I protagonisti, questa volta, sono i batteri. Un gruppo di ricerca guidato da studiosi dell’Università di Bologna sta infatti studiando come ottenere pigmenti naturali attraverso vere e proprie «fabbriche microbiche», alimentate con scarti vegetali. Dalla ricerca sono stati isolati 51 nuovi microrganismi pigmentati, capaci di produrre un’intera tavolozza naturale: dal giallo all’arancione, dal rosso fino al nero. Una piccola squadra di artisti invisibili a occhio nudo, con un talento per le sfumature. L’idea è sfruttarli come vere e proprie biofabbriche. I batteri vengono coltivati in bioreattori alimentati con materiali di scarto e producono pigmenti naturali che possono essere recuperati e impiegati per tingere i tessuti. In questo modo, gli scarti vegetali diventano nutrimento per i microrganismi e questi ultimi restituiscono la materia prima per dare colore ai prodotti. Lo studio nasce nell’ambito di una collaborazione tra università e impresa finanziata dal Pnrr, con l’obiettivo di sviluppare nuove tecnologie per accompagnare la transizione sostenibile dell’industria tessile. E la ricerca non si ferma qui. Il prossimo passo è creare processi di tintura su scala industriale, utilizzando i pigmenti microbici direttamente sui tessuti, sotto forma di estratti in polvere oppure di bagni tintori.
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