Default ravvicinati, riscatti bloccati e un certo nervosismo tra gli operatori. Non è una crisi, almeno per ora, quella che si sta osservando sul credito privato d’Oltrecoeano. Eppure qualcosa si sta incrinando, mentre lo sguardo dei mercati è rivolto altrove.
Le prime preoccupazioni sul credito privato, ovvero quei prestiti alle aziende utilizzando denaro degli investitori al di fuori del tradizionale sistema bancario regolamentato, sono emerse già lo scorso autunno, quando il gruppo americano di ricambi auto First Brands e la finanziaria Tricolor Holdings sono crollati, scatenando allarmi per frodi sistemiche e debiti nascosti. Da lì, una serie di deflussi hanno obbligato alcuni fondi a limitare i riscatti, facendo scattare l’allarme e richiamando alla memoria la crisi subprime del 2008.
A rafforzare i timori di recente è stato niente meno che Jamie Dimon, il capo di Jp Morgan, la più grande banca di Wall Street, sostenendo che le perdite relative ai prestiti concessi alle società più rischiose potrebbero essere state sottovalutate, dato il contesto attuale. Un segnale concreto è arrivato nei giorni scorsi anche da Goldman Sachs, altra grande banca americana, che ha aumentato gli accantonamenti del 10% a 315 milioni, il doppio di quanto stimato da alcuni analisti e il massimo dal 2020, proprio per coprire possibili perdite sui prestiti. Ora con l’impennata dei costi energetici e quindi il ritorno dell’inflazione, gli spettri di recessione e la possibilità di un rialzo dei tassi di interesse da parte delle banche centrali la questione potrebbe farsi ancora più complicata.
Rischio sistemico?
La domanda cruciale è se tutto questo possa trasformarsi in un rischio sistemico. Il settore del private credit ha infatti conosciuto un boom, raggiungendo un volume di prestiti pari a circa 2.000 miliardi di dollari a livello globale, proprio per andare a colmare il vuoto lasciato dalle banche quando queste avevano inasprito le condizioni di prestito dopo la crisi finanziaria del 2008. Tuttavia, nonostante le dimensioni raggiunte, gli esperti sono convinti che il settore non rappresenti una minaccia sistemica. Lo stesso Dimon ha chiarito che le perdite dovrebbero essere «molto ingenti» prima che le ripercussioni si facciano sentire sulle principali banche.
«Nonostante la notevole crescita del segmento, la nostra ipotesi rimane che il private credit non rappresenti un rischio sistemico, anche perché i suoi legami con il sistema bancario restano gestibili e le autorità di regolamentazione monitorano con maggiore attenzione le potenziali interconnessioni e vulnerabilità», sostiene Dario Messi, head of fixed income analyst di Julius Baer. In altre parole, i legami tra credito privato e sistema bancario esistono, ma sono considerati ancora gestibili e sotto osservazione. Questo però non significa che il fenomeno sia innocuo. Un’ondata di perdite potrebbe comunque avere effetti a catena tra riduzione del credito alle imprese e tensioni sui mercati, facendo perdere qualcosa a qualcuno.
Che fare in pratica
Dal punto di vista di un investitore, il private credit piace perché offre rendimenti superiori alle obbligazioni tradizionali, consente di diversificare il patrimonio e di finanziare l’economia reale. Utile, quindi, purché si conoscano anche altri aspetti tipici di questa asset class. Il primo è l’opacità. In assenza di prezzi di mercato quotidiani, bisogna fidarsi dei gestori e il rischio potrebbe emergere con ritardo. La seconda è la leva finanziaria elevata delle aziende finanziate, spesso più vulnerabili in contesti macroeconomici complessi. La terza è l’illiquidità, perché gli attivi sottostanti non possono essere smobilizzati rapidamente. «È meno trasparente, più difficile da valutare e richiede un orizzonte temporale di lungo periodo. – sottolinea Laurent Chaudeurge, membro del comitato di investimento di BDL Capital Management – Il rischio è inoltre meno visibile, poiché l’assenza di quotazioni di mercato giornaliere dà una sensazione di stabilità spesso ingannevole».
Il pericolo potrebbe quindi essere meno evidente di quanto sembri. «Il consiglio generale rimane che se il cliente non è in grado di comprendere il rischio che assume, allora lo strumento non fa per lui», chiarisce Piermattia Menon, analista ufficio studi e ricerche di Consultique. Chi invece ha già in portafoglio questi fondi «probabilmente può tenerli se fanno parte di un’idea di portafoglio complessivo più ampia, per cui eventuali perdite non avrebbero un impatto significativo», precisa.
In questo contesto, l’approccio più sensato è non farsi prendere dal panico, perché al momento non sembrano esserci le condizioni del 2008, né demonizzare i mercati privati a prescindere, ma valutare l’asset in maniera ampia e dettagliata. Anche perché il segmento rimane dinamico. «Prevediamo un ampliamento delle opportunità di investimento nel lungo termine e vediamo margini per un’ulteriore espansione», sostiene Goldman Sachs, ricordando come una larga parte delle aziende negli Stati Uniti (il 63%) e in Europa (quasi il 90%), continua a restare fuori da mercati pubblici e ha bisogno di finanziamenti alternativi attraverso il credito privato.
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