Il dibattito sulla bolla dell’intelligenza artificiale entra in una fase nuova: non più una discussione teorica, ma un esame pratico dei conti. Il 2026, secondo Schroders, sarà l’anno in cui i mercati inizieranno a distinguere in modo netto tra chi trasforma l’IA in ricavi reali e chi resta intrappolato nelle aspettative.
Il timore di una bolla IA sta spostando l’attenzione degli investitori da “quanto cresce l’IA” a “chi ci guadagna davvero”. La conseguenza sarà un aumento della volatilità, ma soprattutto una divergenza sempre più marcata tra titoli apparentemente simili. “Il mercato – nota Alex Tedder, CIO Equities di Schroders – ha già iniziato a fare selezione: vengono premiate le società con monetizzazione visibile, come il cloud di Google, mentre crescono i dubbi su chi non riesce ancora a dimostrare ritorni convincenti”.
L’errore più comune è considerare il rischio IA come un blocco unico. In realtà, modelli di business, esigenze di capitale e pressioni competitive sono profondamente diversi. Un inciampo di un grande LLM come ChatGPT o Anthropic avrebbe certamente effetti sul sentiment dell’intero settore, ma i ricavi dell’IA non si concentrano in un solo punto: scorrono lungo tutta la catena, dalle applicazioni agli hyperscaler, fino all’infrastruttura di calcolo. Questa complessità aumenta il rischio di errate valutazioni, ma anche le opportunità per chi sa leggere i flussi reali di valore.
Dove i ricavi si vedono (e dove no)
Ci sono aree in cui la monetizzazione è già evidente. I fornitori di LLM generano ricavi sostanziali da abbonamenti, licenze aziendali e utilizzo degli sviluppatori, con prospettive di decine di miliardi di dollari nei prossimi anni. Allo stesso modo, i grandi operatori cloud – AWS, Azure e Google Cloud – registrano una domanda superiore alla capacità, spinta proprio dai carichi di lavoro legati all’IA.
Ma esiste anche una monetizzazione “nascosta”, spesso sottovalutata: piattaforme come Meta e Google usano l’IA per migliorare performance pubblicitarie, engagement e conversioni. Qui l’IA non compare come voce di ricavo, ma aumenta la redditività complessiva del business, proteggendo quote di mercato e migliorando l’economia unitaria.
Boom o crollo: i due scenari
Schroders ha modellato due scenari gemelli: un “boom dell’IA” e un “crollo dell’IA” simile allo scoppio della bolla dot-com. In quest’ultimo caso, un calo degli investimenti potrebbe innescare una lieve recessione e due anni di stagnazione. Tuttavia, nel contesto macro attuale – soprattutto negli Stati Uniti – i mercati potrebbero continuare a salire ancora.
Il punto chiave resta il ROI. Nel 2026 la pressione sui ritorni diventerà centrale: alcune aziende, grandi e piccole, potrebbero non farcela. Ma, avverte Schroders, i ricavi stanno già emergendo. E servirà ben più di qualche delusione per mettere in discussione il potenziale strutturale dell’intelligenza artificiale.
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