Quattro anni di corsa a perdifiato delle Borse, con quotazioni di Wall Street più che raddoppiate, hanno dato fiato ai portafogli più sbilanciati sull’azionario. Anche perché, di contro, l’obbligazionario ha sofferto oltremisura, soprattutto in questi ultimi trimestri tra caro-energia e le crescenti preoccupazioni per la sostenibilità dei conti pubblici. Il rovescio della medaglia di questo accentuato sell-off sui bond è il ritorno di rendimenti a livelli che non si vedevano da oltre due decenni. La componente di reddito torna quindi ad essere significativa, facendo sì che le cedole corpose agiscano da cuscinetto anche contro eventuali aumenti moderati dei rendimenti di mercato. In aggiunta, in caso di tensioni sul fronte debito o passi falsi dell’economia, le obbligazioni di elevata qualità possono tornare a svolgere una funzione di diversificazione quando i mercati azionari sono sotto pressione.
Un contesto cambiato in maniera repentina in questi mesi e che riporta in auge il classico portafoglio 60/40 che aveva perso progressivamente efficacia negli ultimi anni in quanto sembrava aver perso il suo storico ruolo di diversificatore. «Il portafoglio 60/40 è tornato d’attualità – taglia corto Bob Homan, chief investment officer del Global Investment Centre di Ing – . Il cambiamento più importante non è che le azioni siano improvvisamente diventate meno interessanti, ma che le obbligazioni siano tornate a rappresentare un’opportunità di investimento. Gli investitori possono nuovamente contare su una componente di reddito significativa, che offre un cuscinetto contro aumenti moderati dei rendimenti e accresce il potenziale delle obbligazioni di diversificare il rischio azionario in caso di rallentamento economico». «Nei portafogli bilanciati la funzione delle obbligazioni supera la semplice diversificazione: i tassi correnti, su livelli inediti dagli anni ’90, offrono rendimenti autonomamente interessanti e un elevato potenziale di guadagno extra in caso di marcata discesa dei rendimenti», gli fa eco Frank Lipowski, portfolio manager presso Flossbach von Storch. Sebbene le azioni teoricamente rendano di più nel lungo termine per remunerare la maggiore volatilità e il rischio subordinato nella struttura del capitale, tale premio non è garantito e dipende più dalle valutazioni relative di partenza che dal contesto di crescita e inflazione. «L’accelerazione dei rendimenti di settembre – asserisce Lipowski – ha ridefinito questo equilibrio: il confronto tra rendimento degli utili azionari e Treasury USA a 10 anni segnala un premio per il rischio azionario statunitense negativo, che si attesta sui livelli degli anni ’90». Tuttavia, il ritorno in auge del portafoglio 60/40 non significa che gli investitori debbano semplicemente riproporre la stessa composizione obbligazionaria di dieci o vent’anni fa. Gli investitori sono infatti chiamati a diversificare non soltanto tra azioni e obbligazioni, ma anche all’interno della stessa componente obbligazionaria. «Non tutte le obbligazioni offrono lo stesso tipo di protezione – osserva Bob Homan – . I titoli di Stato possono proteggere da uno shock sulla crescita economica, mentre le obbligazioni indicizzate all’inflazione offrono una maggiore resilienza a nuove pressioni inflazionistiche. Il credito societario genera reddito aggiuntivo e gli strumenti a tasso variabile riducono la sensibilità ai tassi d’interesse. La chiave è quindi diversificare il 40% obbligazionario con la stessa attenzione riservata al 60% azionario».
La diversificazione all’interno del reddito fisso è decisiva in quanto l’inseguimento del rendimento attraverso obbligazioni societarie meno solide può trasformare una componente difensiva in una fonte di rischio aggiuntivo. Il 40% obbligazionario non deve quindi diventare una scommessa indiscriminata sui titoli che offrono i rendimenti più alti. Il punto di partenza è privilegiare obbligazioni di elevata qualità creditizia: titoli di Stato di Paesi solidi e bond societari investment grade, emessi da aziende con bilanci robusti e capacità di rimborso. «Una parte della componente può essere investita su scadenze brevi o intermedie, meno sensibili alle oscillazioni dei tassi; le scadenze più lunghe possono invece offrire protezione se la crescita rallenta e i rendimenti tornano a scendere, ma comportano maggiore volatilità», aggiunge il cio del Global Investment Centre di Ing.
La maggiore dinamicità del portafoglio non passa dall’abbandono del 60/40, ma da una gestione più attiva delle esposizioni al suo interno. «Più diversificazione geografica e di stile sull’azionario, preferenza per carry e breve duration sui bond, maggiore selettività su emittenti e qualità creditizia», indica Luigi Pedone, strategist presso The Lighthouse, Research Center Banca Finint che sul 60% azionario suggerisce di diversificare con più spazio per le strategie equal weight che sono meno dipendenti dai grandi titoli tech, mentre l’azionario europeo ed emergenti offrono valutazioni più contenute. In ottica settoriale, Pedone individua in reti elettriche e difesa dei “trend strutturali in quanto il fabbisogno energetico dei data center da un lato, gli investimenti europei in infrastrutture, sicurezza e difesa dall’altro, ne sostengono la visibilità”. Sulla componente fixed income, «il ritorno del carry permette di cercare rendimento senza assumere eccessiva duration. Si privilegiano i governativi euro, con il tratto breve tedesco in primo piano, affiancati dalla periferia, con preferenza per Spagna e Italia e maggiore cautela sulla Francia. Treasury e inflation-linked aggiungono diversificazione».
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