Nella grande corsa mondiale all’energia, Stati Uniti e Cina si contendono in una “super race” le risorse necessarie ad alimentare la crescita industriale, i data center e l’intelligenza artificiale. Washington, pur essendo il primo produttore mondiale, guarda al Sud America per assicurarsi nuove fonti. L’Europa, invece, dovrebbe ripartire dall’Africa: un continente vicino, ricco di risorse, nel quale gli investimenti energetici potrebbero sostenere anche lo sviluppo locale. È la strategia indicata dal ceo di Eni, Claudio Descalzi, che invita Bruxelles a rimettere la sicurezza degli approvvigionamenti al centro dell’agenda e a liberare il dibattito sulle tecnologie dalle contrapposizioni ideologiche.
«Gli Stati Uniti, che sono ricchissimi in risorse, stanno cercando un backyard», un’area di riferimento da cui ottenere nuova energia, osserva Descalzi. «Il Sud America è il più vicino ed è ricchissimo di idrocarburi».
Le riserve Usa in Sudamerica
Secondo il World Energy Review 2026 di Eni, le riserve stimate e accertate di idrocarburi nel Centro e Sud America ammontano a circa 355-375 miliardi di barili di petrolio equivalente, rappresentando quasi un quinto (circa il 18-20%) delle riserve mondiali complessive. Dall’Argentina al Venezuela, fino alla Guyana, dove operano Exxon e Chevron, gli Stati Uniti cercano accesso a risorse che consentano loro di guardare ai prossimi decenni.
«Non solo hanno tanta energia, ma si sono creati una energy dominance», una posizione di predominio energetico, spiega Descalzi. La ragione è che anche l’America ha bisogno di più energia: cresce la domanda legata ai data center e all’intelligenza artificiale, mentre il Paese esporta gas e carburanti verso l’Europa. Un’Europa che, in questo quadro, «dovrebbe guardare all’Africa». Il continente, ricorda, è stato a lungo frequentato dalle imprese europee, che hanno poi ridotto gli investimenti anche sulla base di previsioni sulla domanda di idrocarburi che, secondo l’ad di Eni, si sono rivelate errate.
In questo quadro l’Eni è un baluardo presente in 13 Paesi: dall’Algeria alla Repubblica del Congo, dalla Costa d’Avorio all’Egitto. E con progetti su fonti diverse: dal petrolio al gas, ai progetti per il Gnl, bioenergie, rinnovabili. Libia, Mozambico e Congo sono centrali per il gas, e Costa d’Avorio e Angola per la crescita petrolifera. In particolare, l’Egitto è centrale sia come grande mercato interno del gas sia per le infrastrutture di liquefazione che possono collegare il Mediterraneo orientale ai mercati internazionali. Anche la Libia è un mercato chiave e ha un legame diretto con l’approvvigionamento italiano. Il gas prodotto nei giacimenti di Wafa e Bahr Essalam può raggiungere l’Italia attraverso il gasdotto GreenStream.
Un continente, quello africano, su cui ha messo gli occhi anche l’altro grande competitor della energy race: la Cina e le sue compagnie (Cnpc, Sinopec e Cnooc). Pechino produce petrolio e gas, ma le sue risorse non sono sufficienti a soddisfare il fabbisogno interno. Per questo, spiega Descalzi, le difficoltà nei flussi energetici dal Golfo rappresentano un problema. A rendere la competizione più complessa è il venir meno di quella che Descalzi descrive come la disponibilità di grandi «negozi» dell’energia: Paesi produttori autonomi negli investimenti, dai quali gli acquirenti potevano acquistare petrolio e gas. La guerra tra Russia e Ucraina ha cambiato il quadro degli approvvigionamenti; e il conflitto tra Usa e Israele con l’Iran che ha contagiato l’intera regione del Golfo con gli Houthi dello Yemen che bombardano l’Arabia Saudita hanno poi colpito le rotte lungo gli stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb. E anche quando le navi riescono a passare, pesano i costi di logistica e sicurezza. Secondo il ceo di Eni, trasportare un carico dal Golfo a Rotterdam può comportare, tra noli, assicurazioni e altre spese, un costo di circa 30-35 dollari al barile, che in alcuni casi arriva a 40 dollari. Un onere che si aggiunge al prezzo della materia prima.
L’ideologia del green deal
In questa gara, sostiene il manager, l’Europa non può limitarsi a considerarsi vittima degli eventi. Per Descalzi il problema è aver considerato l’energia «un qualcosa di accessorio, non di centrale», mentre disporne è una condizione essenziale per la competitività e per la vita quotidiana. Da qui la critica alla politica energetica europea e al modo in cui è stato affrontato il tema delle rinnovabili con il Green Deal. La soluzione, dice il ceo di Eni, richiede «competenza, leadership, onestà mentale» e la capacità di «non far diventare le tecnologie un’ideologia. Quando sei vuoto, politicamente, prendi tutto quello che trovi e lo fai diventare il tuo contenuto politico: è quello che è successo in Europa». Con questo approccio le rinnovabili «sono diventate un’ideologia per dare contenuto politico a un vuoto assoluto». L’errore, nella lettura di Descalzi, è stato attribuire a una sola tecnologia il compito di risolvere un problema molto più ampio. La risposta è «aprire gli occhi», adottare pragmatismo e restituire alle tecnologie il loro ruolo: «Idee e non ideologie».
Quanto al nucleare, «sappiamo benissimo che dobbiamo farlo», afferma. Ma i tempi contano: «Le soluzioni ci servono oggi e domani». Per questo il nucleare deve far parte della risposta già oggi insieme alle altre fonti di energia, dalle rinnovabili al gas.
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