Non chiamatelo risiko. «Quello bancario non è un risiko. È un momento delle singole operazioni di costruzione di un progetto economico-finanziario che produca maggiore efficienza, maggiori economie di scala, senza ridurre i servizi ai clienti per ragioni competitive».
Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, al Forum Moneta respinge l’etichetta delle grandi manovre del credito che in questo momento vede al centro della scena la scalata di Intesa Sanpaolo su Mps o quella di Unicredit su Commerzbank. Il numero uno dell’associazione dei banchieri è interventuo il 27 ottobre a Roma, al Forum del settimanale economico Moneta «Competere nel nuovo scenario globale», in un dialogo con il direttore de il Giornale, Tommaso Cerno.
Le aggregazioni, nel ragionamento di Patuelli, rispondono alla logica d’impresa che vale anche per industria, commercio e turismo. «Gli altri istituti, quelli che non comprano e non vendono sportelli, rami d’azienda, società, banche o quant’altro, non è che stanno lì a guardare. Dove nasce un vuoto, nell’economia, non solo nella fisica, c’è qualcuno che cerca di riempirlo». Per misurare i servizi, non basta contare le filiali: ci sono il digitale e gli uffici finanziari, con operazioni di cassa spesso affidate ai bancomat evoluti.
Zavorra debito
La vera zavorra del sistema Paese, però, è il debito pubblico. «Il problema è che abbiamo un ingente debito pubblico e quindi i nostri conti, che sarebbero positivi, hanno questa palla al piede formidabile». Il riferimento è al peso degli interessi sul bilancio dello Stato, anche in presenza di un avanzo primario. Per il presidente dell’Abi conta la cifra assoluta del debito, non soltanto il rapporto con il Pil. E il costo ricade su tutti: «Questa palla al piede è su tutta l’economia produttiva, su tutti i dipendenti, su tutti gli imprenditori, su tutti i neonati, indistintamente».
La manovra
Un ragionamento che incrocia il confronto sulla manovra – in uno scenario dove si parla della richiesta del governo di un contributo ai big del credito – e sul loro contributo delle banche all’economia. Il legame fra credito e sistema produttivo, per Patuelli, è stretto: «Se noi abbiamo dei clienti in difficoltà, che pagano molte tasse, chiaramente non è che siamo lieti. Se abbiamo molte tasse da pagare perché c’è molto debito pubblico, non siamo lieti noi, cioè gli azionisti che danno vita alla banca».
Il primo mestiere degli istituti resta prestare, quindi anche il sostegno all’economia deve avvenire dentro vincoli ben precisi: «Noi ci muoviamo non in un campo aperto, ma in binari rigidi», fra diritto italiano, regole europee e requisiti patrimoniali. Tenendo presente che la solidità è fondamentale per preservare la capacità di finanziare famiglie e imprese. In tal senso, Patuelli ha ricordato quanto avvenuto dopo il 4 novembre 2014, quando entrò in vigore l’Unione bancaria europea, e le banche italiane cercarono di «aggiornarsi e di diventare più solide dei requisiti minimi».
Non tutte però ce l’hanno fatta – come la storia di Mps insegna. «Quelle undici banche che non riuscirono a diventare più solide dei requisiti minimi fecero quelle undici crisi bancarie, di banche di varia dimensione, che sono state così traumatiche». E che videro entrare in campo le banche private e lo Stato (su Mps) per evitare che si espandessero al resto del sistema.
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