Non ci sono solo terremoti e alluvioni, frane o inondazioni, c’è una catastrofe naturale che ha una caratteristica inattesa, non ha una natura collettiva o territoriale: è individuale. La catastrofe naturale individuale è il rischio della non autosufficienza. Secondo l’ultima indagine di Itinerari previdenziali, che riclassifica i dati Istat su tutto il sistema italiano della previdenza, su una popolazione di over 65 di 13,8 milioni di persone (quelli con più di 75 anni sono più di 7 milioni), gli anziani non autosufficienti sono a inizio 2025 ben 3.860.000, destinati a diventare 4,4 milioni nel 2030 e 5,4 entro il 2050.
I numeri dicono che gli anziani sono sempre più numerosi, anche in forza di una aspettativa di vita che è cresciuta – negli ultimi trent’anni – di almeno 10 anni. Ma solo la metà degli anni attesi da un ultrasessantacinquenne di oggi saranno vissuti “in buona salute”. Un dato confermato anche dalla ricerca di Italia Longeva che sottolinea come ci siano ben 3 milioni di persone over 65, in Italia, affette da disabilità severe, spesso determinate da malattie croniche, che richiedono cure continuative. Non solo “non autosufficienti” ma seriamente malati, con una quota crescente di malattie neurodegenerative o psichiatriche.
«Questo è l’ossimoro più emblematico della nostra epoca: il rischio longevità», come sosteneva il presidente Ania, Giovanni Liverani in un recente convegno sul tema, sempre più dibattuto, ma ancora lontano dall’essere affrontato in modo sistemico. L’acronimo inglese Ltc (“long term care”) è ormai abusato, ma non riceve le soluzioni adeguate al problema che solleva. Secondo Ivass, la spesa pubblica tendenziale per Ltc (spesa sanitaria, più indennità di accompagnamento, più tutte le altre prestazioni messe in campo dal welfare territoriale) è di circa 38 miliardi, pari al 2% del Pil ed è prevista in crescita al 2,8% nel 2070. Era dell’1,6% fino a due anni fa, tranne il picco del 2021, con l’emergenza Covid.
In questo caso soccorrono i dati della Ragioneria generale dello Stato, quindi del Mef, che è più prudente, ma non di molto. La spesa pubblica complessiva per Ltc ammonterebbe all’1,6 per cento del Pil nel 2024: più o meno 35 miliardi. La parte erogata a soggetti con più di 65 anni rappresenta il 74%. La componente sanitaria e le indennità di accompagnamento coprono complessivamente l’83,3% della spesa complessiva per Ltc (rispettivamente, il 39,4% e il 43,9%). Il restante 16,7% è rappresentato dalle altre prestazioni assistenziali territoriali. In valore assoluto: 13 miliardi sul fronte sanitario, 15 miliardi di indennità di accompagnamento, 7 miliardi dalle Pa locali, tra contributi per Rsa e assegni di integrazione in denaro.
Ma a questo fiume di denaro pubblico si devono aggiungere almeno 21 miliardi di “spesa out of pocket”, cioè generata direttamente dalle famiglie, dove stanno quasi tutti i caregiver attivi (almeno 7,3 milioni sul totale di 8,5), ma che verosimilmente arriva ai 30 miliardi, conteggiando una gran parte di economia sommersa, che paga colf e badanti non in regola.
Insomma, ogni anno quasi 70 miliardi di euro servono per sostenere gli anziani non autosufficienti in Italia. Ed è per questo che la longevità è oggi percepita come un rischio. Sempre Liverani: «È un paradosso, abbiamo lottato per secoli per allungare la vita e oggi che ci siamo riusciti, chiamiamo questo successo “rischio”. La realtà è che la vita media si allunga, ma la società non ha ancora messo in campo gli strumenti per dare qualità a questa vita che si estende».
Aggiungere anni alla vita o vita agli anni? Non è una domanda alla Marzullo, ma una sfida vera che riguarda la nostra società, sempre più anziana e ancora orientata a dare per scontato il sostegno pubblico-privato di un welfare messo in crisi dalla rivoluzione demografica in atto.
Secondo il rapporto annuale Istat del 2025, il 4,5% delle famiglie di anziani si avvale del sostegno di colf e badanti. Questa quota sale al 7,9% per le famiglie composte esclusivamente da ultraottantenni. Una badante convivente assunta a tempo pieno costa in media circa 2.000 euro al mese mentre, in Italia, il costo medio per una Rsa è di circa 1.700 al mese ma si può arrivare anche a circa 3.000 euro mensili. E anche di più. Molto di più.
C’è un gap da colmare: un bisogno di assistenza che comporta spese di vario tipo e di un certo importo e che potrebbe essere coperto con una polizza assicurativa adeguata. Ma a oggi la raccolta delle polizze assicurative Ltc è di soli 178 milioni di euro, appena lo 0,2% dei premi Vita, cui andrebbe aggiunta la componente residuale a copertura del rischio di non autosufficienza ottenuta col ramo Danni-malattia. Non si superano di molto i 200 milioni. Briciole. Una situazione analoga a quella delle catastrofi naturali e climatiche: tutti si aspettano aiuto dallo Stato, pochissimi si attrezzano con il mercato assicurativo privato.
«I Paesi nordici sono considerati i pionieri dei sistemi di Ltc: introdotti all’inizio degli anni Sessanta, questi sistemi si basano sull’erogazione di servizi in natura, sia domiciliari che residenziali. Tra gli anni Ottanta e Novanta, i Paesi continentali – in particolare Francia, Austria e Germania – sono stati gli “early movers” nel campo delle politiche di Long Term Care», come ricorda un focus realizzato da Secondo Welfare. Qui le riforme hanno costruito sistemi basati su erogazioni monetarie per i beneficiari e i caregiver (prevalentemente in Austria e Germania) e servizi reali per la cura degli anziani.
Infine, i Paesi del Sud Europa e dell’Est hanno introdotto tali riforme solo dopo gli anni Duemila. Tra i Paesi del Sud Europa, i cosiddetti ritardatari (latecomers), Spagna e Portogallo hanno entrambi introdotto un sistema di Long Term Care nel 2006. L’Italia ancora più tardi (2022-2024) e ancora più parzialmente: l’accesso ai benefici, anche per i caregiver, sono limitati anche da Isee che rasentano la soglia di povertà. Manca una riforma completa e un convinto sostegno alle forme di mutualità, assicurativa e attraverso i fondi sanitari. Una prateria da occupare, prima che non sia troppo tardi.
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