Non è una trasformazione ordinaria quella a cui sta assistendo il settore bancario. Siamo davanti a una svolta “epocale”. Lo ha detto Lando Maria Sileoni, segretario generale della Fabi 130esimo Consiglio Nazionale dell’organizzazione. Il momento storico è senza precedenti “Bisogna scegliere. Se vogliamo essere liberi di incidere sul cambiamento, dobbiamo assumerci la responsabilità di governarlo” ha avvertito. Il tema centrale della relazione, intitolata ‘Next generation Bank’, ha toccato la straordinaria redditività degli istituti di credito e ha messo in luce che dal 2022 al 2025 il settore abbia accumulato utili per oltre 110 miliardi di euro. Solo l’anno scorso, pur con i tassi in discesa, le prime cinque banche hanno chiuso con 27 miliardi di utile, in crescita del 16% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, per il leader della Fabi, questa ricchezza non sta ricadendo sul sistema Paese: “Questi grandi profitti non rimangono in banca come riserva per il futuro. Il capitale è solido in tutto il sistema, le sofferenze ai minimi storici. E allora gli utili finiscono per il 70/80% in tasca agli azionisti. Enormi dividendi che vanno per lo più ai grandi fondi internazionali”.
Questa dinamica, secondo Sileoni, riflette una “finanziarizzazione spinta del nostro settore: si lavora solo per far salire i titoli in borsa e per pagare cedole sempre più alte. In tutto questo, talvolta, si dimentica il ruolo sociale delle banche, il loro essere la cinghia di trasmissione tra il risparmio e l’economia reale”. I prestiti a famiglie e imprese secondo Sileoni crescono a fatica mentre i tassi rimangono elevati per via degli spread, nonostante i tagli della BCE. “Chiediamo più prestiti a tassi più bassi e più soldi alle lavoratrici e ai lavoratori che contribuiscono a quei risultati. Ogni bancario, in media, produce un valore aggiunto per la propria banca pari a quattro volte il suo costo. Significa che le risorse per riconoscere il contributo di ognuno di noi ci sono. Significa che si possono aumentare i salari senza intaccare i profitti” ha spiegato.
Tema scottante anche per il settore bancario è quello della tecnologia. “La tecnica non è un nemico. Ma se viene utilizzata soltanto per comprimere costi e aumentare i profitti nel breve periodo, produrrà squilibri, tensioni, pressioni commerciali sempre più sofisticate”. La trasformazione digitale, che nel 2026 vedrà i colossi tech investire oltre 700 miliardi di dollari nell’Intelligenza artificiale, deve restare al servizio delle persone e non tradursi in un abbandono sociale o nella chiusura indiscriminata degli sportelli. “Non dobbiamo rifare il sistema bancario da zero. Ma dobbiamo impedirne il deterioramento nei suoi elementi essenziali: la fiducia, la professionalità, il radicamento nei territori, il mantenimento dei livelli occupazionali e generare e creare, insieme alle banche, nuova occupazione” ha commentato. Il segretario ha poi rivolto un messaggio diretto al management degli istituti, criticando la riduzione del consulente a mero esecutore di budget: “Quando l’obiettivo numerico diventa l’unico criterio di giudizio, la qualità si impoverisce e la dignità professionale si incrina”.
Guardando alle imminenti scadenze sindacali, Sileoni ha ricordato che nel 2026 si affronteranno i rinnovi contrattuali con ABI e BCC, tavoli dove “si deciderà come la trasformazione digitale entrerà nelle condizioni di lavoro: nella formazione continua, nella gestione dei carichi, nella tutela rispetto ai sistemi automatici di valutazione, nei limiti alle pressioni commerciali”. La relazione ha toccato temi di sovranità finanziaria e geopolitica. “Siamo contrari a un modello di euro digitale che possa trasformarsi in uno strumento di controllo di massa e di omologazione totale dei comportamenti economici. La moneta non è soltanto uno strumento tecnico. È uno spazio di libertà. Se ogni transazione diventa tracciabile in modo centralizzato, se ogni scelta di spesa può essere monitorata o condizionata, allora il rischio non è soltanto finanziario” ha ribadito. L’ Europa deve ritrovare autonomia rispetto all’influenza normativa statunitense attraverso strumenti come gli eurobond: “Senza strumenti finanziari comuni, senza infrastrutture europee indipendenti, senza una politica economica condivisa, restiamo esposti a dinamiche che non governiamo. La risposta non può essere il ripiegamento, ma il rafforzamento dell’Europa come soggetto politico e finanziario capace di garantire stabilità, autonomia decisionale e tutela dei propri cittadini e del proprio settore bancario”.
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