Gli ultimi drammatici fatti di cronaca hanno riportato il caporalato al centro dell’attenzione della società e della politica. Un tema su cui Coldiretti è da sempre in prima linea, come spiega a Moneta Romano Magrini, responsabile lavoro dell’associazione, che ha fatto il punto sugli strumenti anti sfruttamento.

Cosa bisogna fare per impedire che episodi di sfruttamento e violenza continuino a verificarsi nelle nostre campagne?
«Siamo di fronte a fatti criminali e disumani sui quali occorre fare piena luce e che impongono di mantenere altissima l’attenzione. Contro sfruttamento e caporalato serve tolleranza zero, rafforzando i controlli e colpendo duramente chi opera nell’illegalità. Chi sfrutta un lavoratore commette un reato e danneggia gravemente quella persona, ma anche le migliaia di imprese agricole sane che rispettano regole e contratti. Bisogna però evitare di identificare questi fenomeni criminali con l’agricoltura italiana. Coldiretti ha sostenuto con forza l’introduzione della legge contro il caporalato e sulla condizionalità sociale e su queste battaglie non abbiamo fatto e non faremo passi indietro».
Coldiretti sostiene però che per sconfiggere il caporalato non bastano repressione e controlli. Dove bisogna intervenire?
«Dobbiamo togliere ai caporali gli spazi nei quali possono inserirsi, intervenendo sull’intera filiera del lavoro: ingresso regolare in Italia, reclutamento, trasporto e alloggio. Occorre rafforzare la Rete del lavoro agricolo di qualità per rendere ancora più visibili le imprese regolari anche introducendo degli effettivi vantaggi per l’iscrizione e rendere pienamente operativa la banca dati degli appalti agricoli, per garantire trasparenza e tracciabilità e consentire alle imprese regolari di potersi avvalere per gli appalti di soggetti certificati dal sistema pubblico. C’è poi il tema degli alloggi. Non possiamo accettare che un lavoratore regolarmente assunto sia costretto a vivere in una baraccopoli. Per questo abbiamo sostenuto il piano straordinario pluriennale per gli alloggi dei lavoratori stagionali e proposto di recuperare le case rurali dismesse e consentire soluzioni abitative temporanee con procedure più semplici. Garantire un alloggio dignitoso significa anche sottrarre un altro pezzo del sistema al controllo dei caporali».
Il decreto flussi è stato per anni uno dei punti deboli del sistema. Il click day va definitivamente superato?
«Sì anche se di fatto, con il Protocollo sottoscritto con il ministero de Lavoro e le relative quote riservate, lo abbiamo già superato. L’agricoltura segue i tempi della natura, non quelli della burocrazia. Non possiamo avere un lavoratore autorizzato a entrare in Italia quando la raccolta per la quale era stato richiesto è già terminata. Nel 2026, grazie al Protocollo, sono state rese immediatamente disponibili 30 mila quote agricole, sufficienti a soddisfare tutte le domande presentate attraverso le associazioni. È un importante passo avanti. Inoltre consentire alle imprese di presentare le richieste durante l’anno sulla base delle effettive esigenze stagionali è utile al sistema per mappare il fabbisogno in termini geografici, temporali e colturali. Ora occorre fare l’ultimo passo ovvero accelerate le procedure nei Paesi d’origine. Più semplice e veloce è il canale legale di ingresso in Italia, meno spazio lasciamo al caporalato».

Quanto è importante oggi il contributo dei lavoratori stranieri per l’agricoltura italiana?
«È fondamentale. In Italia sono oltre 185 mila le imprese agricole che assumono dipendenti, con circa un milione di lavoratori e oltre 120 milioni di giornate di lavoro l’anno. Circa un lavoratore agricolo su tre proviene da un altro Paese. Senza il loro contributo molte produzioni simbolo del made in Italy avrebbero grandi difficoltà. Dobbiamo quindi garantire canali d’ingresso regolari ed efficienti e, una volta in Italia, contratti corretti, sicurezza e condizioni abitative dignitose».
L’agricoltura è sempre più tecnologica e specializzata. È cambiato anche il tipo di lavoratore di cui hanno bisogno oggi le imprese agricole? E quali sono le professionalità più difficili da trovare?
«L’agricoltura di oggi è profondamente diversa da quella di pochi anni fa e anche il lavoro sta cambiando. Le imprese utilizzano macchine sempre più evolute, agricoltura di precisione, sistemi digitali, sensoristica e nuove tecnologie applicate alle coltivazioni e agli allevamenti. Servono quindi competenze nuove, accanto naturalmente alle professionalità tradizionali. Il problema non è soltanto trovare manodopera nella quantità e tempistica necessaria, ma trovare lavoratori qualificati. Per questo formazione e incontro tra domanda e offerta diventano decisivi. Dobbiamo anche cambiare la percezione del lavoro agricolo, soprattutto tra i giovani, non è necessariamente un lavoro poco qualificato, ma può offrire professionalità, specializzazione e prospettive di crescita».
Si parla molto di salario e costo del lavoro. È possibile aumentare le tutele e le retribuzioni senza mettere fuori mercato le imprese agricole italiane?
«Tutela del lavoratore e sostenibilità dell’impresa devono procedere insieme. L’agricoltura italiana applica contratti collettivi, garantisce diritti e sostiene costi che sono parte del nostro modello sociale e che vanno difesi, anche dai cosiddetti contratti pirata utilizzando gli strumenti resi disponibili dal decreto 1° maggio (dl numero 62/2026) che ha introdotto nel sistema italiano il principio del “salario giusto”, ancorandolo direttamente al Tec (Trattamento Economico Complessivo). Ma il problema più grosso nasce quando le nostre aziende vengono messe in concorrenza con prodotti provenienti da Paesi dove salari, tutele, sicurezza e standard sociali sono molto più bassi. Non possiamo imporre giustamente regole rigorose ai nostri agricoltori e poi importare cibo prodotto senza le stesse garanzie. È anche una questione di reciprocità, le stesse regole devono valere per chi produce in Italia e per chi vuole vendere sul mercato europeo. E lungo la filiera deve essere riconosciuto un prezzo che non scenda sotto i costi di produzione, perché un’impresa economicamente sostenibile è la prima condizione per garantire lavoro regolare e di qualità».
Accanto alla legalità c’è un altro grande tema quando parliamo di lavoro agricolo: la sicurezza. Cosa serve per ridurre gli incidenti e rendere il lavoro nei campi sempre più sicuro?
«La sicurezza è una priorità assoluta e deve partire dalla prevenzione. Servono formazione continua per lavoratori e datori di lavoro, maggiore consapevolezza dei rischi e investimenti nell’ammodernamento delle macchine agricole. Coldiretti ha chiesto di potenziare ulteriormente gli strumenti, in particolare le risorse del Bando Isi dell’Inail, che incentivano la sostituzione dei mezzi più vecchi e meno sicuri. Ma occorre anche un salto culturale: l’educazione alla sicurezza deve iniziare già nelle scuole e accompagnare il cittadino/lavoratore per tutta la vita professionale con attività formative specifiche come quelle annualmente offerte con risorse a fondo perduto dall’Ente Bilaterale Nazionale. Innovazione e sicurezza, in agricoltura, devono procedere insieme».
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