Morti di caldo? Non è solo una metafora, purtroppo. Come ogni estate si moltiplicano consigli e raccomandazioni per le persone più fragili – anziani e bambini – di fronte alla canicola incipiente. Ma c’è un’altra categoria esposta a un rischio specifico, di fronte al caldo eccessivo e mal gestito: i lavoratori. Non solo coloro che svolgono attività all’esterno (cantieri edilizi o stradali, agricoltori, eccetera) ma anche chi lavora in ambiente chiuso: peggio il capannone dell’ufficio, ovviamente.
Lo scorso anno in Italia sono stati registrati 33 incidenti sul lavoro attribuibili al caldo eccessivo senza protezione adeguata: e in 18 casi si è arrivati al decesso del lavoratore. Ma non è un problema solo italiano. Secondo un recente report dell’International Labour Organization (Ilo, o Oil, a seconda della traduzione), rilanciato dall’International Trade Union Confederation, ogni anno le alte temperature sono responsabili di circa 18.970 morti e 22,87 milioni di infortuni professionali legati all’attività lavorativa. Il fenomeno coinvolge oggi oltre 2,4 miliardi di lavoratori nel mondo, pari a circa il 71% della forza lavoro globale (7 su 10), esposti in maniera diretta a condizioni di stress termico durante lo svolgimento delle proprie attività.
Il rischio complessivo di infortuni sul lavoro aumenta dell’1% per ogni aumento di 1°C della temperatura al di sopra dei valori di riferimento e del 17,4% durante le ondate di calore, secondo le rilevazioni condotte sempre dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) a Ginevra.
Lo stress da calore sul posto di lavoro è un rischio crescente, con la crescita delle alte temperature estive. Un rischio per chi lavora e un rischio per le imprese che vedono calare la produttività. Sì, l’eccesso di calore, prima ancora di produrre danni a chi lavora, determina un calo della produttività. Ci sono diversi report in materia, che – anche se spesso sono prodotti da società che vendono soluzioni di climatizzazione, quindi diciamo che hanno il loro interesse – documentano problemi seri in proposito: in una media azienda italiana, in uno scenario moderato/realista all’interno di un capannone con 30-32° si può determinare un calo produttivo del 10%. Ma se, come talvolta accade, il calore di un capannone male climatizzato arriva a sfiorare i 40°, il calo della produzione supera il 30%.
Lo studio dell’Oil conferma come il caldo estremo stia erodendo progressivamente la produttività, con una riduzione stimata fino al 3% per ogni grado oltre i 20°C, mentre gli impatti sanitari includono disidratazione, danni renali e disturbi neurologici. Nei contesti più esposti, l’aumento delle temperature è associato anche a una maggiore incidenza di incidenti sul lavoro e patologie croniche, in particolare nei settori caratterizzati da attività all’aperto o da elevata esposizione ambientale come edilizia, agricoltura e logistica.
L’aumento della frequenza e dell’intensità delle ondate di calore sta mettendo sotto pressione non solo i sistemi produttivi, ma anche la capacità delle istituzioni di prevenire e gestire in modo tempestivo gli effetti sanitari e operativi di questi eventi. In questo contesto, il nodo centrale diventa la rapidità con cui le informazioni riescono a raggiungere la popolazione e gli operatori sul territorio, soprattutto nelle ore in cui il rischio per le fasce più vulnerabili cresce in modo esponenziale. Le strategie di adattamento si stanno quindi orientando sempre più verso sistemi integrati di allerta precoce e comunicazione multicanale, in grado di attivare in pochi minuti notifiche su diversi dispositivi e coordinare simultaneamente le strutture di emergenza coinvolte.
«Non si tratta più solo di gestire l’emergenza quando si manifesta, ma di anticiparla attraverso sistemi che permettano di raggiungere rapidamente chi è esposto e chi interviene sul territorio», spiega Massimiliano Palma, ceo di Regola, azienda italiana leader nella tecnologia per le sale operative, che produce software predittivi, proprio per poter consentire alle aziende di “prevedere” l’ondata di calore.
In scenari di questo tipo, la possibilità di inviare comunicazioni massive in tempi estremamente ridotti e di sincronizzare i flussi informativi tra centrali operative, servizi sanitari e Protezione civile rappresenta un elemento chiave per ridurre l’esposizione al rischio e migliorare la capacità di risposta.
In diversi Paesi europei stanno già emergendo risposte concrete al crescente impatto dello stress termico sui lavoratori. In Spagna, misure basate su allerte meteorologiche consentono di vietare le attività lavorative all’aperto nei periodi di caldo estremo, mentre il Belgio ha introdotto una normativa specifica sui fattori termici ambientali che rende obbligatorio intervenire al superamento di determinate soglie di temperatura. In Francia, i lavoratori hanno già esercitato formalmente il “diritto al ritiro” durante le ondate di calore, riconoscendo il caldo estremo come condizione di pericolo grave e imminente. In Italia, si possoo bloccare i cantieri in caso di caldo eccessivo con ordinanze regionali.
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