Airbnb è spesso associata alle polemiche sugli affitti brevi, allo svuotamento dei centri storici e alla crisi abitativa delle grandi città. Ma lontano da Roma, Firenze o Venezia, la storia sembra diversa. Nei piccoli Comuni italiani, dove spesso manca persino un albergo, gli alloggi messi a disposizione dai privati stanno infatti diventando una delle principali infrastrutture del turismo diffuso. Secondo il primo Osservatorio sul turismo diffuso realizzato da Teha Group per Airbnb, nel 2025 la piattaforma ha generato 836 milioni di impatto economico nei centri con meno di 30 mila abitanti, contribuendo a portare visitatori, reddito e occupazione in territori che da anni combattono contro spopolamento e declino economico. In molti casi, rileva lo studio, gli affitti brevi non sostituiscono l’offerta alberghiera: la creano.
Il paradosso italiano
L’analisi parte da un paradosso tutto italiano. Il Paese possiede il più ampio patrimonio culturale diffuso al mondo, con 61 siti Unesco, oltre 3.300 musei, quasi 300 parchi archeologici e centinaia di borghi storici. Eppure, il turismo continua a concentrarsi in poche destinazioni. Il primo 20% dei comuni italiani intercetta il 90,4% degli arrivi turistici, mentre appena venti città attirano quasi un terzo dei visitatori nazionali. Al contrario, gran parte dei territori interni resta ai margini dei grandi flussi nonostante custodisca una quota rilevante delle eccellenze culturali e paesaggistiche del Paese. I Comuni sotto i 30 mila abitanti rappresentano il 96% delle municipalità italiane e ospitano oltre la metà della popolazione. Qui si trova il 64% dei musei, il 67% dei parchi archeologici, il 73% dei ristoranti stellati Michelin e l’80% delle aree comunali collegate ai siti Unesco. Ma questi territori condividono la scarsità di infrastrutture ricettive: solo circa la metà dispone di almeno un hotel. È proprio in questo spazio che si è inserita l’ospitalità diffusa. Oggi Airbnb è presente nel 75% dei piccoli Comuni italiani e, secondo lo studio, esistono 688 località che ospitano attrattori turistici di eccellenza dove gli alloggi presenti sulla piattaforma costituiscono l’unica offerta ricettiva disponibile per i visitatori.
La spesa turistica
L’impatto economico si misura innanzitutto nella spesa turistica. Nel 2025 gli ospiti Airbnb nei piccoli Comuni hanno generato 346 milioni di euro di consumi diretti, di cui 143 milioni nella ristorazione, 100 milioni nello shopping e 61 milioni nei trasporti. Attraverso gli effetti indiretti e indotti, questa spesa ha attivato un volume economico complessivo di 836 milioni di euro e un contributo al Pil stimato in 379 milioni. L’effetto occupazionale è stato pari a circa 4.600 posti di lavoro equivalenti a tempo pieno, con un moltiplicatore vicino a 2: per ogni occupato sostenuto direttamente dall’attività turistica se ne attiva quasi un altro nell’indotto. A beneficiare della crescita sono soprattutto i territori meno conosciuti. Nel solo 2025 Airbnb ha consentito oltre 60 mila arrivi e circa 250 mila pernottamenti in comunità che ospitano attrattori turistici di rilievo nazionale e internazionale. Non a caso gli ospiti stranieri rappresentano quasi l’80% degli arrivi Airbnb nei piccoli Comuni, una quota nettamente superiore alla media nazionale. Secondo le elaborazioni di Teha, inoltre, un aumento dell’1% dei listing Airbnb è associato a una crescita dello 0,3% della popolazione residente nel medio periodo. Nei circa 5.000 Comuni interessati dall’espansione dell’offerta il saldo demografico positivo stimato è pari a oltre 34 mila abitanti. Anche il mercato del mattone mostra segnali interessanti. Tra il 2019 e il 2024 il valore complessivo dello stock residenziale nei piccoli Comuni è diminuito del 2,4%, ma la maggiore diffusione degli affitti brevi avrebbe contribuito a contenere la svalutazione, preservando circa 27 miliardi di valore immobiliare.
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