Il dossier pensioni arriva al tavolo della prossima legge di Bilancio con numeri importanti, che però vanno letti nel loro insieme. Nel 2026 la spesa per le pensioni, secondo il Dfp, è prevista a 352,44 miliardi di euro, mentre nel 2027 salirà a 365,91 miliardi: un incremento di 13,47 miliardi. La cifra può impressionare, ma non coincide con una nuova decisione di spesa del governo: gran parte dell’aumento è già incorporata nel quadro tendenziale della finanza pubblica.
Il principale fattore è la perequazione automatica degli assegni. Con un’inflazione acquisita per il 2026 del 2,9%, la rivalutazione del 2027 potrebbe richiedere circa 10 miliardi al lordo del maggior gettito fiscale, secondo un sistema che prevede rivalutazione piena fino a quattro volte il trattamento minimo, al 90% tra quattro e cinque volte e al 75% oltre questa soglia. Non è quindi una spesa improvvisa, ma l’effetto di una regola già riflessa nei tendenziali, la cui sostenibilità va valutata non solo in euro, ma in rapporto al Pil e all’evoluzione delle entrate.
Se il Pil corre, il quadro cambia
Il quadro di finanza pubblica è stato costruito su ipotesi prudenti, ma l’economia sta mostrando una dinamica migliore. Se il Pil dovesse chiudere il 2026 vicino all’1%, anziché allo 0,6% preso a riferimento nelle precedenti previsioni, il rapporto tra spesa pensionistica e prodotto sarebbe naturalmente più favorevole. Un’economia più forte significa infatti maggiore base imponibile e più entrate: non una copertura automatica per nuove misure, ma un aiuto ad assorbire una spesa nominale che cresce anche perché cresce l’inflazione. La sostenibilità, insomma, non può essere giudicata guardando soltanto ai miliardi aggiuntivi.
Quota 64 pesa per 1,5 miliardi
Dentro questo quadro si colloca la proposta della Lega di consentire il pensionamento a 64 anni anche ai lavoratori del sistema misto, tramite ricalcolo integrale dell’assegno con il metodo contributivo. Secondo le stime del ministero, il costo sarebbe di circa 1,5 miliardi l’anno, per circa 80mila uscite anticipate aggiuntive: poco più dell’11% dei 13,47 miliardi di incremento tendenziale previsto tra 2026 e 2027. Il problema, quindi, non è un’esplosione della spesa previdenziale, ma trovare la copertura della componente discrezionale dentro i vincoli della legge di Bilancio.
Quota 64 incorpora peraltro un meccanismo di contenimento: chi sceglierà l’uscita anticipata dovrà accettare il ricalcolo contributivo dell’intero assegno, rinunciando alla componente retributiva eventualmente maturata prima del 1996. Le simulazioni riportate in un dossier della Cgil mostrano che, con 40 anni di contributi e una retribuzione annua di 35mila euro, l’assegno scenderebbe da circa 1.726 a 1.543 euro mensili, con una riduzione del 10,6%: un disincentivo economico reale, che rende la misura tutt’altro che a costo zero per chi ne beneficia.
Tra anticipo e assegno
È proprio questa la logica sulla quale insiste il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. La proposta dei 64 anni, ha spiegato, «deve essere letta nel modo corretto». Nella riforma Fornero c’è «non dico un’ingiustizia, ma una distorsione tra chi ha iniziato a lavorare prima del 1996, che sostanzialmente viene trattato peggio, e chi viene dopo che viene trattato in modo diverso». Per Giorgetti bisogna quindi «capire di cosa si sta parlando e vedere il sistema correttamente», trovando «soluzioni» capaci di garantire «nel sistema pensionistico un equilibrio dei conti e un’equità di trattamento». La misura non sarebbe dunque un ritorno generalizzato alle uscite anticipate: il ricalcolo contributivo e le soglie economiche la rendono selettiva. Il lavoratore scambia parte dell’importo futuro con la possibilità di lasciare prima il lavoro; per lo Stato il costo dell’anticipo è attenuato da un assegno più basso per tutta la durata della pensione.
Il vero vincolo è la spesa netta
Il punto più delicato resta quello europeo. Con le nuove regole di governance economica dell’Ue, il governo deve rispettare il percorso concordato sulla spesa netta, spinta al rialzo nel 2027 anche dalla rivalutazione delle pensioni e dai consumi intermedi della pubblica amministrazione. Il quadro prevede comunque un deficit al 2,9% del Pil nel 2026, al 2,8% nel 2027, al 2,5% nel 2028 e al 2,1% nel 2029: la traiettoria resta quella del consolidamento dei conti. Il 22 settembre, con l’aggiornamento Istat, si capirà se il deficit 2025 sarà sotto il 3%, passaggio necessario per uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo: un risultato che rafforzerebbe la posizione del governo nella trattativa sulla manovra.
Il fattore occupazione
Sul fronte previdenziale pesa anche il mercato del lavoro. Tra il 2021 e il 2026 gli occupati sono aumentati di 1,6 milioni, il tasso di occupazione è salito di 4,4 punti e quello di disoccupazione è sceso di 3,4 punti, con un aumento di 7,8 punti tra i 50 e i 64 anni. È un dato importante, perché la sostenibilità del sistema dipende anche dal rapporto tra chi lavora e versa contributi e chi riceve una prestazione: una maggiore partecipazione degli ultracinquantenni rafforza la base contributiva. Per le generazioni future, inoltre, il governo punta sulla previdenza complementare: la ministra del Lavoro Marina Calderone ha ricordato che il secondo pilastro «non rappresenta un’alternativa ma il naturale completamento» di quello pubblico.
Una manovra “smart”
Il quadro, dunque, consente di ridimensionare l’allarme sui conti. I circa 10 miliardi della rivalutazione non sono una nuova emergenza, ma l’effetto di un meccanismo automatico già nei tendenziali; Quota 64 aggiungerebbe circa 1,5 miliardi e richiederebbe una copertura politica, ma non mette da sola in discussione la sostenibilità del sistema. La variabile decisiva sarà la combinazione fra crescita, deficit e controllo della spesa netta: se il Pil si avvicinerà all’1%, il deficit resterà sotto il 3% e arriverà la conferma dell’uscita dalla procedura, il governo potrà affrontare il dossier pensioni da una posizione più solida, senza rinunciare al percorso di risanamento dei conti pubblici.
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