Obiettivo: 15%. Alla previdenza complementare si chiede almeno questa performance perché non vada delusa l’aspettativa dei pensionati futuri che sanno benissimo che il tasso di sostituzione atteso per il loro assegno di quiescenza è molto più vicino al 65% piuttosto che a quell’80% dei loro genitori. Spieghiamoci meglio. Quando il calcolo della pensione era retributivo, cioè si basava sulle condizioni salariali degli ultimi anni di lavoro, era abbastanza assodato che il valore economico dell’assegno previdenziale fosse all’incirca l’80% dell’ultima busta paga. Questo è il tasso di sostituzione. Negli ultimi anni, da quando è stato introdotto il sistema misto un po’ retributivo e un po’ contributivo si è visto che questo rapporto è andata calando. Quando andranno in pensione i lavoratori che hanno fatto tutta la loro carriera di lavoro dopo il 1996 – contributivo puro – potrebbe anche andare peggio. Il tasso di sostituzione si sta attestando sul 65%. Complici i percorsi di lavoro discontinui e i bassi salari, il rischio che si presenta all’orizzonte è di avere pensioni magre. Molto magre.
Il Tfr
Si spiega facilmente il forcing che si sta sviluppando sulla “promozione” della previdenza complementare. Senza una “pensione di scorta” – o tecnicamente “secondo pilastro” – si profila un futuro di pensionati poveri, per i lavoratori che oggi hanno meno di dieci anni di lavoro sulle spalle. Eppure, questa propensione a crearsi una solida integrazione alla pensione “pubblica”, figlia dei contributi obbligatori, è ancora timida. In Italia, a differenza di quanto accade un po’ in tutti i Paesi industriali, il secondo pilastro è duro a costruirsi.
I numeri
Oggi gli iscritti a un fondo pensione in Italia sono poco meno di 10,5 milioni, meno del 40% della forza lavoro. E di questi il 27% non versa i contributi. Il contributo medio versato è di meno di 3 mila euro all’anno, quando fino a 5.300 euro si potrebbe ottenere una importante deduzione fiscale (la somma è stata leggermente alzata dall’ultima legge di Bilancio). Insomma, un mondo di opportunità non riscosse. E un sistema molto più necessario di quanto non venga percepito. Soprattutto dai giovani. Proprio quelli che avrebbero più bisogno di avviare la costruzione del secondo pilastro sono quelli che mostrano minore attenzione: meno del 21% degli iscritti ai fondi pensione è under 35.
In questo quadro si spiegano e si giustificano le novità introdotte dall’ultima legge di Bilancio. Il governo ha determinato, dal primo luglio di quest’anno, l’obbligo di iscrizione a un fondo pensione per ogni nuovo lavoratore assunto. Quella che era una facoltà da un paio di mesi è una prescrizione. Dalla data di assunzione il neoassunto ha due mesi di tempo per annullare l’iscrizione al fondo. Se non recede non potrà più annullare la propria “adesione automatica”. Gli obblighi sono spesso visti con sospetto, ma in questo caso si può parlare di una cura d’urto per affrontare un futuro previdenziale le cui condizioni pochi hanno ancora compreso. L’adesione automatica al fondo – che comporterà il versamento dei contributi previdenziali integrativi al fondo pensione di categoria – si porterà dietro anche il trattamento di fine rapporto (Tfr), che aggiungerà capitale al monte contributivo sul quale, quando si concluderà la carriera lavorativa, si calcolerà la rendita integrativa alla pensione pubblica.
Non solo fondi negoziali
Intendiamoci, non ci sono solo i fondi pensione negoziali (una trentina), frutto della contrattazione di categoria, ai quali si può accedere solo se si è assunti come lavoratori di quella categoria (non a caso si chiamano fondi chiusi). Ci sono i fondi pensione aperti e i Pip (piano individuale pensionistico), una forma pensionistica complementare realizzata attraverso un contratto di assicurazione sulla vita a cui è possibile aderire solo su base individuale indipendentemente dall’attività lavorativa.
Il life cycle
Lo scorso anno sono stati raccolti oltre 22 miliardi di contribuzione previdenziale integrativa. Ancora poco, ma più degli anni precedenti. L’obiettivo, come dicevamo, è determinare una rendita che possa integrare l’assegno di pensione, almeno per tornare ad avere, in totale, un tasso di sostituzione vicino a quell’80% della generazione precedente a quella dei lavoratori attuali. Certo, non basta l’accumulo di capitale, occorre anche che gli investimenti finanziari dei fondi pensione sappiano generare rendimenti adeguati. L’altra novità introdotta dal primo luglio di quest’anno è il percorso di investimento cosiddetto “life cycle”. Finora l’iscritto al fondo pensione veniva collocato in un comparto di gestione “garantito”: bassissimo rischio nell’investimento, ma rendimenti altrettanto bassi, quasi sempre inferiori a quelli garantiti dal Tfr. Un discreto “non senso”, soprattutto per il neoassunto giovane, che ha davanti un percorso di vita lavorativa che sarà di una quarantina d’anni almeno.
Il comparto azionario
Su questo orizzonte le migliori performance sono sempre quelle offerte dai comparti di investimento azionario. Puro o a grande maggioranza azionaria. Più ci si avvicina all’età della pensione, e quindi si riducono gli anni di lavoro attesi, è più ragionevole abbassare i rischi e accettare rendimenti più modesti, aderendo a comparti bilanciati od obbligazionari, fino all’approdo dei piani garantiti. Ecco, il “life cycle”. Un investimento dei fondi pensione adeguato al ciclo di vita dell’iscritto: più aggressivo negli anni giovanili, più prudente negli anni di fine carriera. L’indicazione per i fondi pensione è stata definita dalla legge di Bilancio e tradotta in linee guida, lo scorso mese di giugno, dalla Covip, l’autorità di controllo del mercato della previdenza complementare. Ma ancora i fondi pensione devono definire le loro proposte: il “life cycle” sarà diverso da fondo a fondo, ma su binari regolamentari che dovranno suggerire investimenti azionari per gli iscritti in giovane età e in linee garantite per chi è pronto alla pensione.
I prossimi passi
Ora tocca al mercato. E a ciascun iscritto al fondo, che potrà (e dovrà) aggiustare il proprio percorso secondo i suoi obiettivi. E secondo la sua educazione previdenziale. Entro la fine di ottobre dovrebbe scattare anche un’altra novità: la portabilità del contributo previdenziale del datore di lavoro. Cioè il lavoratore iscritto al fondo pensione di categoria, dopo due anni, sarà libero di cambiare, cercando sul mercato l’offerta migliore per sé, portandosi dietro il contributo previdenziale che il datore di lavoro è obbligato a versare sulla base del contratto di categoria. Non tutti sono d’accordo. C’è tempo fino al 31 ottobre per decidere.
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