C’era una volta il welfare state. Oggi – purtroppo o per fortuna- c’è il welfare e basta. E meno male che c’è ancora; anche se qualche giapponese, nel senso degli ultimi irriducibili combattenti della Seconda Guerra mondiale, considera il ruolo dei privati come estraneo alla partita. Invece la partita, soprattutto quella della previdenza complementare, sta attirando l’attenzione di tutti i protagonisti del mercato. L’ultimo campo da gioco è quello del salvadanaio previdenziale. L’idea è semplice: con i chiari di luna della previdenza obbligatoria, che produrrà pensioni sempre più magre, puntiamo a preparare un piccolo gruzzoletto da destinare alla futura pensione dei neonati. La paternità della proposta se la contendono il presidente di Covip, Mario Pepe e il presidente dell’Inps, Gabriele Fava. Al governo l’idea piace – lo ha detto la ministra del Lavoro, Marina Elvira Calderone, ma bisogna vedere in che modo diventerà e se diventerà norma nella prossima legge di Bilancio.
Intanto ha detto a più riprese il presidente Ania, Giovanni Liverani, «noi ci candidiamo» a gestire questo nuovo patrimonio. E a fine ottobre l’associazione delle compagnie di assicurazione prepara un convegno per mettere a punto metriche e metodiche, in attesa di conoscere i dettagli della manovra 2027. L’Inps, per bocca del suo presidente, si è già candidato ad amministrare il nuovo tesoretto, affidandone poi la gestione agli operatori di mercato: un modello ibrido come quello adottato dalle Casse privatizzate? Forse.
Gli scettici su questo inusuale ruolo dell’Inps – e sono molti: dal presidente Mefop Mauro Maré al presidente di Assoprevidenza Sergio Corbello – dubitano che l’Istituto sappia parlare il linguaggio della capitalizzazione, svolgendo da sempre la sua missione con il metodo a ripartizione, affidando di fatto tutta la contribuzione raccolta al conto di Tesoreria dello Stato, generando rendimenti stabili e stabiliti “per legge”, non dal mercato. Il presidente di Assofondipensione, Giovanni Maggi, auspica una convocazione del governo: «Noi siamo pronti a parlarne, speriamo di non restare delusi». Ancora mastica amaro per la portabilità del contributo datoriale che dovrebbe entrare in vigore a fine ottobre, drenando un potenziale di 8-10 miliardi dal patrimonio dei fondi pensione contrattuali, a favore del mercato, cioè banche (fondi aperti) e assicurazioni (Pip).
Ma a quanto ammonterebbe il nuovo gruzzolo generato con il salvadanaio previdenziale per i neonati? C’è chi immagina che lo Stato possa versare 1.000 euro a ogni bimbo. Con l’inverno demografico in corso sarebbero circa 355 milioni il primo anno. Insomma, in tre anni circa 1 miliardo? Di più, perché secondo la proposta del salvadanaio previdenziale questo fondo potrebbe raccogliere i versamenti di amici e parenti del neonato e dei loro genitori, trasformando il regalo di compleanno, di Natale o della Prima Comunione in qualche versamento per andare a rimpinguare il conto.
«Con un versamento di 100 euro al mese fin dalla nascita – ha fatto una simulazione Sergio Corbello – ai 70 anni ci potrebbe essere un capitale di 450 mila euro». Cadauno. Insomma, in previsione il miliardo dei primi anni sarebbe soggetto a una moltiplicazione più generosa di quella evangelica dei pani e dei pesci. Basta e avanza per spiegare l’interesse del mercato. C’è chi ha fatto conti più congrui. Marco Leonardi, docente alla Statale di Milano – e già consulente economico dei governi Renzi e Gentiloni – ha recentemente rammentato una ricerca di C2Partners e Previon in cui si «stima che il semplice collocamento di un fondo aperto o di un Pip generi circa 30 euro di ricavi annui per posizione, mentre una relazione previdenziale usata per vendere anche consulenza, risparmio gestito e polizze possa arrivare a 450 euro: quindici volte tanto». Complessivamente, gli stessi autori stimano per il sistema bancario e assicurativo «una redditività potenziale della consulenza previdenziale integrata di circa 19 miliardi l’anno, al lordo dei costi».
È il mercato, bellezza. Ed ecco che l’orizzonte previdenziale è ben più interessante del singolo salvadanaio previdenziale, che invece di essere raffigurato come il classico porcellino, potrebbe tramutarsi in un più fiero cavallo, sull’esempio di quello di Troia. Ma intendiamoci, c’è bisogno di mercato per costruire delle pensioni più adeguate alle esigenze dei futuri pensionati. Anche gli attuali fondi pensione possono e devono fare di più in termini di rendimenti. Troppi sono quelli che offrono un percorso prudentissimo ai loro iscritti. Tra i fondi negoziali solo il 7% degli iscritti si espone a un comparto di investimento azionario, l’unico che batte davvero nell’orizzonte dei dieci-venti anni il rendimento garantito dal Tfr lasciato dormiente in azienda.
È un problema non da poco. E non a caso l’ultima legge di Bilancio, che ha inciso non poco sugli assetti della previdenza complementare, ha suggerito ai fondi l’adozione di un approccio life cycle, cioè adeguato all’età degli iscritti: più rischi (azionari) per chi è più giovane, più prudenza (comparti garantiti o bilanciati) per chi è alla vista della pensione. Covip ha definito la scorsa estate le linee guida, che poi ciascun fondo potrà (e dovrà) modulare come crede.
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