Le famiglie europee detengono una quota notevole di ricchezza privata, peccato che gran parte di essa sia ferma sui conti corrente, investita nel mattone o in strumenti obbligazionari. Questo frena sia la capacità di guadagno degli europei sia la crescita delle imprese. È la conclusione a cui giunge la ricerca “Retail Investments in Europe – Wealth Allocation and ISA, ISK, PEA, PIR Role and Usage”, realizzata dal Centro Baffi presentato alla tredicesima edizione del convegno, promosso da EQUITA e Università Bocconi. La ricerca, a cura di Stefano Caselli e Marta Zava approfondisce il tema della ricchezza delle famiglie di alcuni paesi europei, come Regno Unito, Svezia, Italia e Francia, dagli anni Ottanta a oggi.
Strumenti
Lo studio esamina quattro diverse tipologie di investimento a disposizione dei risparmiatori in questi Paesi. L’ISA britannico, introdotto nel 1999, uno strumento semplice e flessibile che consente di investire in un’ampia gamma di attività, beneficiando dell’esenzione fiscale su rendimenti e plusvalenze. L’ISK svedese, introdotto nel 2012 che rappresenta è da prendere come standard europeo per semplicità e diffusione: non tassa plusvalenze e dividendi quando vengono realizzati, ma applica una tassazione forfettaria annuale sul valore del portafoglio, eliminando gran parte della complessità amministrativa. Il PEA francese, introdotto nel 1992, promuove l’investimento in azioni europee e prevede benefici fiscali dopo un periodo minimo di detenzione di cinque anni. I PIR italiani, introdotti nel 2017, nascono invece con una finalità più esplicitamente volta alla politica industriale: convogliare il risparmio delle famiglie verso l’economia reale e, in particolare, verso le PMI. Il problema è che gli incentivi fiscali hanno un ruolo centrale per il successo di uno strumento di investimento, ma non basta. Occorrono semplicità, assenza di limiti troppo stringenti, flessibilità.
I Pir in Italia, soprattutto in una fase iniziale, hanno rappresentato un’opportunità per smobilitare il risparmio e dirottarlo verso lo sviluppo delle imprese. Tuttavia la concentrazione sulle Pmi e sulle sole imprese italiane ha limitato molto questo strumento, riducendo la possibilità di diversificazione e conseguentemente anche il rischio percepito. Una delle proposte mosse dalla ricerca è quella di introdurre un conto di investimento a tassazione forfettaria – su modello dell’ISK svedese anche in Italia.
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