Quaranta gradi all’ombra. Non un picco isolato, ma il segnale sempre più ricorrente di un’Europa che si riscalda in modo strutturale, mentre l’anticiclone sub-tropicale spinge proprio in queste ore l’Italia verso una nuova ondata di caldo estremo. Oggi, 22 giugno, la fiammata vera e propria con la colonnina di mercurio oltre i 35 gradi in molte città del Centro-Nord. Attesi valori anche di 39-40 gradi a Bolzano, Trento e Firenze. Il caldo smette così di essere un fenomeno stagionale e diventa una variabile economica da non sottovalutare
In Italia, come nel resto del continente, l’impatto non riguarda solo il comfort o la salute pubblica. Le evidenze riportate mostrano che gli eventi di stress termico in Europa sono aumentati di sette volte dagli anni ’80, mentre i decessi medi per evento sono cresciuti di cinque volte. Un incremento che riflette anche sistemi di rilevazione più avanzati, ma soprattutto una vulnerabilità strutturale: popolazione più anziana, città dense progettate per trattenere il calore e una diffusione dei sistemi di raffrescamento ancora limitata, circa il 19% contro il 90% degli Stati Uniti.
Il nodo centrale è economico e si manifesta con una soglia precisa. Sotto i 30°C il caldo può avere effetti neutri o lievemente positivi, riducendo i costi energetici del riscaldamento senza impatti rilevanti sulla produttività. Ma oltre quella soglia la relazione si inverte. Tra 30 e 35°C, ogni grado aggiuntivo comporta una riduzione della produzione oraria di circa 1,3 dollari a parità di potere d’acquisto, pari a circa il 3% della produzione oraria media nel periodo 2014–2024. L’effetto è immediato sul lato delle imprese: la produttività cala subito, mentre i salari si adeguano con ritardo, facendo ricadere nel breve periodo il costo sulla redditività aziendale e solo successivamente su redditi e consumi delle famiglie.
Accanto al canale del lavoro si attiva anche quello energetico. I consumi aumentano in media dell’1,2% per ogni grado in più, proprio mentre l’efficienza del lavoro diminuisce. Il risultato è una doppia pressione: costi più alti e produzione più bassa, con un impatto diretto sui margini delle imprese.
Le conseguenze diventano ancora più rilevanti nello scenario macroeconomico di stress climatico elaborato per il periodo 2026–2030. In questo esercizio, i cinque anni più caldi osservati tra il 2014 e il 2024 vengono riproposti in sequenza crescente, simulando un progressivo peggioramento delle condizioni termiche. In questo quadro, le perdite cumulate di Pil potrebbero raggiungere il 5-7% nelle economie più esposte.
Per l’Italia questo si traduce in circa 147 miliardi di dollari di Pil a rischio, mentre le stime indicano 240 miliardi per la Francia, 131 miliardi per la Germania, 120 miliardi per la Spagna e 354 miliardi per il Giappone. Non si tratta solo di una riduzione del livello della produzione, ma di una modifica della traiettoria di crescita.
Il dato più critico riguarda gli investimenti. Nello scenario considerato, la contrazione degli investimenti fissi supera sistematicamente quella dei consumi, arrivando in media fino all’8% nei Paesi colpiti. Il meccanismo è autoalimentato: il caldo riduce i rendimenti attesi del capitale, gli investimenti rallentano, la capacità produttiva futura si indebolisce e la crescita potenziale si riduce ulteriormente.
Il quadro finale è quello di possibili dinamiche stagflazionistiche, con inflazione in aumento e disoccupazione in crescita, mentre le banche centrali si trovano a dover gestire un compromesso sempre più complesso. Nell’Eurozona, dove un unico tasso d’interesse deve adattarsi a economie con livelli molto diversi di esposizione climatica, il caldo estremo diventa così non solo un’emergenza meteorologica, ma una variabile macroeconomica destinata a pesare su crescita, investimenti e stabilità.
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