Nel saggio L’uomo artigiano, il sociologo americano Richard Sennett accese i riflettori sull’importanza di rimettere al centro dell’umanesimo il primato del «sapere tecnico», ovvero la capacità di «fare bene le cose», con una precisazione: la tecnica non è solo esperienza e abilità manuale, ma armonia tra mano, pensiero e materia. Sono concetti, questi, tornati ad attirare anche l’interesse di un collezionismo più guardingo e meno disposto a farsi catturare da tendenze artistiche di facili scorciatoie e sempre più contaminate dall’intelligenza artificiale. Non solo. I collezionisti, anche quelli delle nuove generazioni, sembrano meno interessati alle poetiche contemporanee e più attratti dal fascino di oggetti che richiamano un’estetica della memoria individuale e collettiva. In questo senso si può giustificarsi il rinato successo dei rari manufatti d’arte tra oggetti di arredo e design d’autore. A fronte di un mercato che è tornato a crescere (+4% nel 2025), anche nel segmento alto si riscontra un ritorno alla qualità materiale e all’autorialità.
In questa direzione vanno i primi grandi eventi italiani di questa coda d’estate. Il primo è a Cortona, dove si è appena inaugurata la 64° edizione di Cortonantiquaria che fino al 13 settembre ospiterà una ventina di espositori di oggetti di alto antiquariato, dagli arredi alle argenterie, dai gioielli ai tappeti, fino alle ceramiche, ai dipinti e alle sculture. L’appuntamento vuole essere una prima cartina tornasole dell’attenzione verso i manufatti antichi, una sorta di antipasto della Biennale degli Antiquari che si terrà a Palazzo Corsini di Firenze a fine settembre. «Questo evento si colloca in una fascia mediana – sottolinea a Moneta il direttore artistico Furio Valona – ma rappresenta uno zoccolo duro per il collezionismo che qui può incontrare preziose rarità a prezzi ben più contenuti rispetto a manifestazioni prestigiose come la Biaf».
Tra gli oggetti in vendita a Cortona spiccano un tappeto Heriz-Serapi della seconda metà XIX secolo originario di Heriz, Persia Nord-Occidentale; una coppa da parata in osso intagliato e inciso proveniente dalla Francia del XV-XVI secolo; una collezione di frutta e fiori in cera, riprodotti a scopo accademico intorno ai primi del Novecento; un manichino genovese settecentesco che rappresenta una Madonna processionale; un mobile da sacrestia del XVII secolo; un Crocifisso di area veneziana in avorio intagliato e inciso agli inizi del XV secolo.
Dall’antico voliamo al contemporaneo, ovvero all’appena inaugurata quarta edizione di Homo Faber, la biennale dedicata all’alto artigianato contemporaneo che si svolge sull’isola di San Giorgio a Venezia a cura della Fondazione Cini. La manifestazione, quest’anno a cura di Es Devlin, si presenta come una celebrazione del manufatto contemporaneo, nel quale il sapere artigianale incontra la ricerca artistica e progettuale internazionale. La quarta edizione riunisce fino al 30 settembre oltre 800 manufatti realizzati da 400 artigiani da più di 70 Paesi, ed è soprattutto questa dimensione internazionale a caratterizzare la manifestazione.
Il titolo An Island of Light sintetizza il progetto di Es Devlin, che utilizza la luce come materia narrativa per costruire un percorso immersivo attraverso gli spazi della Fondazione Giorgio Cini. Le opere non vengono presentate come oggetti da osservare, ma inserite in installazioni scenografiche che ne amplificano la presenza, il rapporto con l’architettura e la dimensione sensoriale. Il vero protagonista resta però la mano dell’artigiano, ovvero l’importanza di conoscere non soltanto l’oggetto finito, ma la sua origine, le tecniche, i materiali e i gesti necessari a realizzarlo. In questo senso, la manifestazione assume un significato particolarmente attuale anche per il mercato: di fronte alla crescente capacità delle tecnologie digitali e dell’IA di produrre immagini e simulazioni, il manufatto anche nel contemporaneo acquista un valore nuovo perché porta con sé la traccia irripetibile della mano, del tempo e della competenza. L’artigianato non viene quindi proposto come alternativa al contemporaneo, ma come una delle sue espressioni più autentiche: un luogo in cui tecnologia, design, arte e tradizione possono incontrarsi senza cancellare la dimensione umana del fare. Le opere in mostra mostrano proprio questa pluralità: manufatti radicati in tecniche e culture diverse, ma accomunati dalla capacità di trasformare materiali, gesti e saperi in linguaggi contemporanei.
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