Negli ultimi anni l’attenzione verso gli investimenti sostenibili, quelli che integrano criteri ambientali, sociali e di governance (ESG), è cresciuta in modo significativo. Un numero crescente di risparmiatori chiede che il proprio capitale sia investito in linea con questi criteri, e l’industria del risparmio gestito ha ampliato di conseguenza la propria offerta di prodotti ESG.
Questa crescita rapida ha però portato con sé un rischio riconosciuto anche a livello europeo: non sempre l’etichetta “sostenibile” corrisponde a un contenuto realmente coerente. Le autorità di vigilanza europee (ESMA ed EBA) hanno definito questo fenomeno come rischio di greenwashing: un disallineamento tra quanto un prodotto dichiara sul piano ESG e la sua reale composizione o strategia. Per l’investitore, la domanda utile non è se un prodotto sia “verde” o meno, ma se sia in grado di dimostrare in modo verificabile la propria coerenza con i criteri dichiarati.
Cosa significa davvero ESG: approcci e strumenti a confronto
Per orientarsi tra le proposte del mercato, è utile partire da un punto fermo: ESG non è una categoria unica, ma un insieme di approcci diversi tra loro, con implicazioni molto diverse sul piano pratico.
Il primo riferimento è il rating ESG, un punteggio elaborato da agenzie specializzate indipendenti (come MSCI, Morningstar o Sustainalytics) che analizza l’esposizione di un’azienda ai rischi ambientali, sociali e di governance e la sua capacità di gestirli. Il rating, da solo, non è però sufficiente a valutare un prodotto: è necessario comprendere anche la strategia di sostenibilità applicata dal fondo. Le principali metodologie includono:
- Strategie di esclusione: escludono sistematicamente settori controversi come armi, tabacco, combustibili fossili o gioco d’azzardo. È l’approccio più semplice, ma anche quello con l’impatto più limitato sulla reale composizione del portafoglio;
- Strategie di integrazione ESG: inseriscono sistematicamente i fattori ambientali, sociali e di governance nell’analisi finanziaria tradizionale, selezionando le aziende con le migliori pratiche del proprio settore (approccio “best-in-class”);
- Impact investing: investimenti orientati a generare un impatto ambientale o sociale misurabile e positivo, insieme a un rendimento finanziario;
- ETF ESG: fondi a gestione passiva che replicano indici costruiti secondo criteri di sostenibilità predefiniti e trasparenti;
- Fondi attivi ESG: fondi a gestione attiva che applicano una selezione discrezionale dei titoli sulla base di criteri ESG, con un livello di trasparenza e di costo generalmente diverso rispetto agli ETF.
Si tratta di approcci diversi tra loro, e nessuno è in assoluto superiore agli altri: la scelta dipende dagli obiettivi dell’investitore e dal livello di controllo che desidera avere sulla composizione del portafoglio. Ciò che li accomuna, se applicati correttamente, è la necessità di basarsi su dati pubblici, verificabili e confrontabili, riducendo la discrezionalità nella definizione di cosa sia o non sia “sostenibile”.
Come riconoscere il rischio di greenwashing
Il rischio principale per chi investe con criteri ESG è quello che le autorità europee definiscono rischio di greenwashing: la possibilità che un prodotto comunichi caratteristiche di sostenibilità che non trovano un riscontro pieno nella sua composizione effettiva. È importante sottolineare che il greenwashing non riguarda solo dichiarazioni esplicitamente false: può consistere anche in comunicazioni vaghe, selettive o non verificabili, che lasciano un margine di ambiguità tra quanto dichiarato e quanto effettivamente presente in portafoglio.
Non è raro, ad esempio, che fondi comunicati come “sostenibili” mantengano in portafoglio società legate a settori energetici tradizionali o con criticità note sul fronte sociale, applicando filtri di esclusione limitati che incidono in modo marginale sulla composizione complessiva. In alcuni casi, il prodotto si limita a replicare un indice azionario ampio, introducendo variazioni contenute rispetto al benchmark tradizionale.
Proprio per ridurre questo rischio, le autorità europee di vigilanza (ESMA) hanno rafforzato negli ultimi anni le regole sull’uso dei termini legati alla sostenibilità nei nomi dei fondi, imponendo soglie minime di allineamento tra la denominazione del prodotto e la sua reale composizione. Si tratta di un passo importante, anche se non elimina la necessità, per l’investitore, di verificare autonomamente i contenuti effettivi di ciascun prodotto.
Costi, trasparenza e strumenti: cosa guardare davvero
Il costo è una variabile importante nella valutazione di un prodotto ESG, ma da solo non è sufficiente a stabilire se un investimento sia o meno realmente sostenibile. Resta comunque un elemento che merita attenzione, perché incide direttamente sul rendimento netto nel lungo periodo.
Alcuni fondi attivi ESG possono presentare costi complessivi sensibilmente superiori rispetto agli ETF ESG comparabili, includendo in alcuni casi commissioni di ingresso, di gestione annua e di performance. Questo differenziale di costo, se elevato, si somma nel tempo per effetto dell’interesse composto e può ridurre in modo significativo il capitale accumulato dal risparmiatore, indipendentemente dalla qualità della selezione ESG sottostante.
Gli ETF ESG rappresentano generalmente un’alternativa più efficiente sul piano dei costi: il loro TER (Total Expense Ratio) si colloca spesso in un ordine di grandezza indicativamente compreso tra lo 0,15% e lo 0,40% annuo, anche se il dato va sempre verificato prodotto per prodotto e non va considerato un valore universale. A questo si aggiunge un livello di trasparenza elevato, dato che la composizione di un ETF è pubblica e aggiornata con frequenza regolare, e regole di inclusione dei titoli definite in modo oggettivo dalle metodologie dell’indice replicato.
Questo non significa che gli ETF ESG eliminino del tutto il rischio di greenwashing: le regole di costruzione dell’indice riducono la discrezionalità del singolo gestore e migliorano la tracciabilità delle scelte, ma la qualità effettiva della sostenibilità dipende comunque dalla metodologia dell’indice scelto, che può variare sensibilmente da un provider all’altro.
Il ruolo della consulenza indipendente nella lettura di un portafoglio ESG
Valutare in autonomia rating, metodologie, costi e livello di trasparenza di ciascun prodotto richiede tempo e competenze specifiche. In questo, la consulenza finanziaria indipendente, il cosiddetto modello fee-only, può offrire un supporto utile: il consulente è remunerato esclusivamente a parcella dal cliente e non riceve provvigioni dai gestori dei prodotti, il che riduce il rischio di incentivi distorti nella selezione degli strumenti proposti. Va detto che anche nel canale bancario tradizionale non mancano professionisti qualificati: il tema riguarda più le strutture distributive, in cui alcuni meccanismi di remunerazione possono generare incentivi non sempre allineati con l’interesse del cliente, che le singole persone.
Realtà come IoInvesto SCF operano secondo il modello fee-only, supportando i risparmiatori nell’analisi dei portafogli esistenti e nella scelta di strumenti coerenti con i propri obiettivi, anche in ambito ESG.
In definitiva, il vero discrimine per un investimento ESG non è tra prodotti “verdi” e prodotti “non verdi”, ma tra prodotti che dimostrano concretamente e in modo verificabile la propria sostenibilità e prodotti che si limitano a comunicarla. Un investimento sostenibile va quindi valutato non dall’etichetta, ma dalla coerenza tra criteri dichiarati, portafoglio effettivo, costi e livello di trasparenza.
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