Il tormentone suona oggi come allora, amplificato dall’effetto vintage. Giù il gettone, su il volume. Dal passato torna la nostalgia per le grandi macchine musicali: i jukebox che animavano le sale da ballo, i bar e gli stabilimenti balneari sono oggi pezzi da collezione ricercatissimi e pregiati. In alcuni casi venduti per decine di migliaia di euro, come oggetti di modernariato d’alto livello. L’eco travolgente di quella musica, infatti, non si è mai spenta ma ha solo cambiato destinazione, passando dalle spiagge affollate della Riviera alle stanze private dei grandi investitori con il tarlo del collezionismo. A tracciare la rotta di questo settore è Roberto Marai, imprenditore e super collezionista di jukebox. «Chi acquista gli apparecchi più ricercati e prestigiosi fa senza dubbio un investimento. Parliamo infatti di modelli il cui numero sul mercato mondiale diminuirà sempre di più. Già adesso, questa scarsità sta spingendo le quotazioni verso l’alto, assicurando ai possessori di queste meraviglie sia un appagamento estetico, sia un rendimento economico».

Evoluzione
L’archeologia di queste straordinarie macchine musicali risiede negli ultimi scorci dell’Ottocento, precisamente nel novembre del 1889 a San Francisco, dove un fonografo di Thomas Edison venne per la prima volta modificato con l’applicazione di una gettoniera. Bastava un nichelino per azionare il cilindro di cera e ascoltare, tramite tubi di gomma, una singola canzone. Da quella geniale intuizione, l’evoluzione ingegneristica non si è più fermata, superando i limiti dei primi dischi forati e dei sistemi a carosello, fino a plasmare la fisionomia classica dei modelli degli anni Quaranta. In quel decennio, i jukebox montavano dodici dischi a 78 giri, ma avevano un vinile fruibile a metà: senza un meccanismo in grado di capovolgere il supporto, l’ascolto era infatti ridotto a un solo lato del disco.
Il vero punto di svolta arriva a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta con l’introduzione della doppia testina e di un sistema automatico di inversione, capace di indirizzare il braccetto meccanico e di smistare le selezioni tra tracce pari e dispari. È l’alba dei 45 giri e del miracolo economico: la capacità delle macchine si moltiplica, passando dalle prime 100 selezioni con 50 dischi ai super jukebox da 200 brani con 100 dischi.
«Questi oggetti erano un fondamentale strumento di divulgazione delle novità musicali ed erano il mezzo attraverso il quale le case discografiche cercavano di promuovere le ultime uscite sulle spiagge, nei bar, nei locali aperti al pubblico», ricorda Marai, segnalando anche un ulteriore passaggio storico significativo e in qualche modo definitivo per il settore. Il jukebox classico – spiega l’esperto – dopo gli anni Sessanta si è trasformato profondamente, con il passaggio dalla amplificazione valvolare a quella a transistor.

L’avvento dei semiconduttori, presenti anche nelle prime radio portatili, introduce infatti modalità di ascolto più economiche, versatili e slegate dalla dinamica del locale commerciale. Per il jukebox è il tramonto del monopolio promozionale: l’apparecchio si spoglia gradualmente della sua funzione pratica per entrare nella storia del costume e del collezionismo d’alta fascia.
Il mercato globale è dominato dalle cosiddette big four americane: Wurlitzer, Rock-Ola, Seeburg e Ami, affiancate da marchi di nicchia come Mills o la tedesca Nsm. La già citata Wurlitzer guida gli scambi per prestigio: il suo modello 1015 The Bubbler (del 1946) supera quota 16mila euro. All’apice del segmento d’alta gamma si colloca l’850 Peacock, straordinario per le plastiche in catalina gialla, con cromature e luci animate in facciata. «Un capolavoro che tutti i collezionisti vorrebbero avere». I rari pezzi d’anteguerra nati sotto il razionamento dei metalli, come il Victory 950 o il Model 35, raggiungono cifre esorbitanti con picchi da 60mila euro, mentre il Wurlitzer 2000 Centennial registra oggi forti rialzi. Rock-Ola firma i record assoluti del settore grazie al rarissimo 1414 President (1942), le cui scarse unità censite superano i 100mila euro. Ami si distingue infine per il design futuristico ispirato alle auto americane con pinne e cromature. Il Continental 2, spopolato per il suo “radar” porta-titoli superiore, e i modelli della serie Fascione sono macchine di grande richiesta, scambiate tra gli 8 e i 14mila euro. Molti esemplari venivano peraltro assemblati a Torino, su concessione della casa madre statunitense.
Dettagli
«I modelli citati danno l’idea del valore acquisito nel tempo da questi oggetti, nei quali le evoluzioni meccaniche si accompagnano spesso a una particolare qualità estetica», sottolinea l’esperto, menzionando in particolare i legni utilizzati negli anni Trenta, i vetri stondati, le cromature, i tubi fluorescenti e le plastiche. Tutti dettagli che non sfuggono ai veri appassionati e che, anzi, contribuiscono a rendere uniche quelle grandi macchine vintage del divertimento.
Muoversi all’interno di questa nicchia richiede un rigore analitico identico a quello applicato al mercato dell’arte antica o ai segmenti finanziari tradizionali. «Sotto i mille euro non si compra nulla, se non pezzi dal valore discutibile», taglia corto Marai.
Il vero investimento scatta quando il portafoglio si apre davanti agli esemplari nei quali la conservazione, l’originalità degli amplificatori a valvole e l’integrità delle plastiche d’epoca fanno la differenza. A quel punto, la musica e gli affari tornano a suonare a tutto volume.

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