Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare, diceva John Belushi. E allora ecco che, in un indiscutibile periodo di stasi del mercato dell’arte aggravato dai venti di recessione dal Golfo, Milano raddoppia la sua sfida di hub italiano della finanza e del collezionismo contemporaneo. Al trentesimo compleanno di Miart che si inaugura la prossima settimana (17-19 aprile) nella rinnovata location dell’Allianz Mico, fa per la prima volta da controcanto Paris Internationale (18-21 aprile), fiera francese che trasferisce armi e bagagli sotto la Madonnina in fuga dall’ombra della pigliatutto Art Basel.
La concomitanza può apparire paradossale per il fatto che trattasi di due eventi che si rivolgono allo stesso pubblico, che le date di apertura sono praticamente le stesse e che perfino tra le gallerie figurano espositori che presenziano entrambi gli eventi. Eppure, il fenomeno può essere rivelatore di una metamorfosi in corso. La prima domanda è: perché una “piccola” fiera indipendente nata nel 2015 su iniziativa di un gruppo di galleristi parigini decide di “fare concorrenza” a Miart? La seconda è: perché un nutrito gruppo di importanti gallerie italiane (Kaufmann-Repetto, Lia Rumma, Franco Noero, Francesca Minini, Vistamare, Clima, Martina Simeti) decide di raddoppiare costi e sforzi per presenziare ad entrambe le mostre?
Si tratta di due format molto diversi. Miart, diretta da Nicola Ricciardi, è una fiera molto ampia e strutturata con 160 espositori, distribuita nelle sezioni “Established” (gallerie più blasonate), “Emergent” (le emergenti appunto), “Established Anthology” (mostre transgenerazionali). Paris Internationale ha un format più curatoriale e sperimentale, solo 30 gallerie ma qualitativamente selezionate e attive a livello internazionale, che esporranno soprattutto mostre monografiche.
Questa differenza non genera una competizione diretta, bensì una complementarità: chi arriva a Milano si troverà davanti a due esperienze distinte, che ampliano la qualità complessiva dell’offerta e in questo contesto le gallerie italiane più dinamiche giocheranno un ruolo chiave: sono proprio loro a muoversi tra i due poli, utilizzando Miart per consolidare mercato e visibilità e Paris Internationale come spazio di ricerca e posizionamento curatoriale. Non si tratta di duplicare la proposta, ma di segmentarla: artisti più affermati e opere “sicure” da un lato, progetti più sperimentali dall’altro.
Al centro di questo sistema c’è Milano, che emerge sempre più chiaramente come hub internazionale del collezionismo e che non a caso, nell’ultimo periodo, ha attratto stabilmente nuove gallerie internazionali come Mazzoleni e Thaddaeus Ropac. «Il momento è difficile – sottolinea Ricciardi – ma pur operando in un mercato nazionale relativamente debole, la città riesce ad attrarre un pubblico europeo grazie alla sua rete di fondazioni, alla presenza di collezionisti internazionali e a un’infrastruttura culturale particolarmente attiva durante la Art Week».

In questo senso, le fiere non si rivolgono tanto al mercato italiano, quanto a un bacino transnazionale e la simultaneità degli eventi diventa quindi una strategia consapevole: creare un effetto “cluster”, simile a quello di Basilea o Londra. «La crisi sta portando alla chiusura di molte gallerie o alla loro trasformazione in format più volatili – continua il direttore di Miart – eppure a Milano il collezionista internazionale ha una preziosa opportunità, quella di entrare in contatto con gallerie local di qualità che non incontrerebbe mai nelle grandi fiere multinazionali come Art Basel».
Anche nel mercato dell’arte la crisi sta spingendo alla diversificazione, con le gallerie che non puntano tutte le fiches su una fiera sola ma cercano pubblici diversi e testano formati più agili come nel caso di Paris Internationale. È l’effetto ecosistema: più eventi simultanei nell’Art Week milanese significano più collezionisti in città con un solo viaggio. Da par suo, Paris Internationale ha scelto Milano non a caso: da fiera parigina “satellite” prima di Fiac e poi di Art Basel, si aggancia a Miart senza essere l’ombra di un gigante globale, puntando a un ruolo di co-protagonista, non evento collaterale, in un contesto in espansione ma non saturato come Parigi o Londra.
I rischi di una cannibalizzazione ci sono, e sono quelli di una competizione per risorse limitate: tempo, attenzione e budget, con un’agenda densa e la Design Week che incombe. Ma chi non risica non rosica.
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