Bip. Tap. Un colpo di pollice, una tessera appoggiata sul pos. E via, pagamento effettuato. Nell’epoca delle transazioni cashless, uno strano (e per certi versi comprensibile) effetto nostalgia ha riportato in auge il fascino degli antichi registratori di cassa. I moloch in bronzo, legno e ottone fuso che un tempo campeggiavano sui banconi delle attività commerciali hanno iniziato a essere osservati con un occhio incuriosito e differente: quello del collezionismo. A differenza delle moderne transazioni, sempre più immateriali e digitalizzate, la mania del vintage è ancora vincolata alla sostanza e ai suoi dettagli. Così quei macchinari sono diventati a tutti gli effetti dei passion asset, ovvero oggetti del desiderio capaci di unire il piacere estetico alla concretezza di un possibile affare.
Monopolisti
In questo perimetro i monopolisti d’un tempo continuano a battere cassa. Nel vero senso della parola. Il dominatore assoluto del settore, difatti, è ancora oggi la National Cash Register, fondata in Ohio nel 1884. Negli anni d’oro, il colosso industriale arrivò a controllare fino all’80% del mercato globale, cannibalizzando i concorrenti americani dell’epoca come Ideal, Michigan e Hallwood, ancora oggi rintracciabili nelle compravendite con pezzi di rara reperibilità contesi a fior di quattrini.
In Europa reggeva il passo solo la tedesca Anker, mentre l’Italia di fine Ottocento, priva di una produzione autoctona in ottone fuso, diventava terra di conquista per le macchine National con la tastiera in lire, oggi ambitissime dai collezionisti nostrani. Il nostro Paese avrebbe conquistato terreno solo dagli anni Trenta, con i marchi Riv e Olivetti, che rivoluzionarono il settore virando sulla meccanica d’avanguardia e su un design industriale tutt’ora inconfondibile.

Rarità
A dare vitalità alle cifre è anche la caccia ai marchi più rari, quelli travolti dalle guerre commerciali d’inizio Novecento. I pochissimi superstiti delle aziende schiacciate dallo strapotere National, come Hallwood o Ideal, raggiungono o superano facilmente i 5mila euro. Più abbordabile invece la produzione europea firmata Anker, che si posiziona in una fascia compresa tra gli 800 e i 2.200 euro.
Per chi vuole spendere ancora meno, mettendo però in conto una inferiore possibilità di riprezzamento al rialzo, il secondo Novecento offre ottime occasioni. I primi registratori elettromeccanici italiani della Olivetti e i modelli smaltati in tinte vivaci degli anni ’50 e ’60 (come Sweda o Victor) costituiscono in tal senso una porta d’accesso accessibile alle tasche dei neofiti.
Le regole raccomandate dagli esperti sono poche e precise: oltre a preservare la patina originale, evitando lucidature aggressive che bruciano fino al 30% del valore, occorre verificare la meccanica e la presenza di tutti i componenti originali, come le chiavi di azzeramento dei conteggi e i divisori interni per le monete.
In presenza di questi elementi, il pezzo vintage ha tutte le carte in regola per diventare un bene da collezione vero e proprio. Pronto per essere venduto o acquistato da chi ne sa cogliere il valore e l’eventuale prospettiva d’investimento. Fuori il portafoglio: si va in cassa.
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