Lo dico ai contemporanei, ci fu un tempo in cui si faceva il vino senza l’uva. Per facezie popolari si disse che era un vino che distendeva e le bottiglie erano con morto a restituire. Ma fu terribile la storia del metanolo, una vicenda giudiziaria che scosse il mondo enologico, gli anni Ottanta erano quelli del libiamo ne’ lieti calici, secondo le statistiche, bevevamo 100 litri a testa, tranquilli in un anno, sarebbe una bottiglia ogni tre-quattro giorni, la produzione vinicola toccava i 70 milioni di ettolitri. Cifre forti ma di un trapassato remoto. Oggi il settore è in crisi aperta, la produzione è scesa sensibilmente e si attesta a 44 milioni di ettolitri, il consumo pro capite è di 34 litri. Siamo, improvvisamente, diventati salutisti o astemi? No, il Covid prima, le norme del codice stradale, i dazi, l’instabilità economica, il cambio dei gusti e dunque delle richieste di mercato, l’invasione o apertura a produttori stranieri fuori dallo storico atlante enologico hanno portato agli affanni attuali.
Le giacenze
Si contano 42,6 milioni di ettolitri di vino in giacenza, un aumento del 6,9% rispetto all’estate scorsa, questo significa cantine affollate di invenduto, declassamento delle etichette Igp e Dop, crisi del Doc, costi energetici aumentati e, come un ossimoro, una fatturazione che è passata dai 2 miliardi ai 16 attuali. Un circuito ubriaco, per restare nell’argomento, un sistema che abbisogna di norme, di interventi di disciplina, una frenata non dei consumi, come appunto detto, ma della produzione. Perché i proprietari di aziende vinicole non possono essere missionari evangelici, se qualcuno ricorre a mezzi illeciti (altro là al metanolo e affinità varie) vanno protetti coloro i quali sopportano sacrifici, rispettano la legge, onorano gli impegni con i lavoratori ma la messa cantata è finita, il declassamento di alcuni vini può rispondere alla necessità di fare cassa ma si deve comunque dire che i prezzi di alcune etichette, in carta nei menù dei ristoranti, si è triplicato non sempre in linea con la qualità del prodotto, spesso il marketing ha la prevalenza sull’effettiva bontà del vino, il Nord, alla voce Veneto, paga la cifra più alta con il 55,9 per cento di invenduto, la Puglia si allinea con oltre 4 milioni di ettolitri di vino che non ha compratori, il prezzo dell’uva è sceso, evitare l’utilizzo, per la vinificazione, di uva da tavola, insomma siamo di fronte a un cambio sostanziale di abitudini e di progetti imprenditoriali.
La vulgata dice che non si beva più per ragioni di sicurezza e di eleganza (boh!), i giovani ingoiano liquidi improbabili, birra a parte, la cultura del vino è una forma di esibizione tra retrogusti di mammola e sentori di pepe nero, in verità il problema è serissimo e pochi lo avvertono, sarebbe necessario un comandamento unico per tutte le aziende produttrici affinché si possa uscire, anche se lentamente, da questa nebbia velenosa che ha già intossicato alcune firme storiche, produrre meno e meglio, stop agli ambulanti del chicco. Il vino è una cosa seria, altrimenti Gesù non gli avrebbe riservato il primo miracolo.
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