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Meglio Co.Co.Co o partita Iva?

Mi hanno offerto un contratto di lavoro per cui però dovrei aprire la partita IVA. È meglio questa opzione o controproporre un Co.Co.Co.? Qual è la soluzione più conveniente economicamente?
Maria Carla Valenti

Elena Battistini, Commercialista partner di Fiscozen risponde a Moneta:

“La risposta, purtroppo o per fortuna, è sempre la stessa: dipende. Non esiste una soluzione migliore in assoluto tra Partita IVA e Co.Co.Co., perché tutto cambia in base all’attività svolta e al modo in cui vengono tassati redditi e contributi. Per capirci meglio, facciamo un esempio pratico.

Immaginiamo una persona a cui viene proposto un compenso di 30.000 euro lordi all’anno con un contratto Co.Co.Co. In questo caso, quei 30.000 euro non arrivano tutti in tasca. Una parte viene trattenuta per i contributi INPS, cioè i versamenti per la pensione, e una parte per le tasse sul reddito. Queste tasse si chiamano IRPEF e funzionano a scaglioni: più guadagni, più la percentuale aumenta. A queste si aggiungono poi le addizionali: delle piccole imposte locali, che dipendono dal Comune e dalla Regione in cui vivi.
Facendo i conti, su 30.000 euro lordi il netto che resta è intorno ai 20.400 euro, senza considerare le detrazioni fiscali. Le detrazioni sono una specie di sconto sulle tasse legati al lavoro e alla situazione personale e possono far salire un po’ il netto finale.

Se invece si apre una Partita IVA, il meccanismo cambia. Ipotizziamo un consulente in Partita IVA in regime forfettario, cioè il regime agevolato pensato per chi inizia o ha ricavi contenuti. Qui le tasse non si calcolano su tutto quello che incassi, ma solo su una parte considerata “guadagno vero e proprio” (nel caso del consulente è il 78%). In questo regime lo Stato presume, ad esempio, che su 30.000 euro incassati solo 23.400 euro sia reddito da tassare, mentre il resto serva per coprire le spese.
Su quella parte di reddito si paga un’unica tassa fissa, pari al 5% nei primi anni di attività. A questa si aggiungono poi i contributi INPS, che in questo caso restano dovuti alla Gestione Separata. Facendo i conti complessivi, sempre partendo da 30.000 euro di compensi, il netto che rimane in tasca è intorno ai 22.700 euro, senza considerare gli acconti degli anni successivi.

C’è però un aspetto spesso sottovalutato: il costo per l’azienda. Un Co.Co.Co. non costa al datore di lavoro 30.000 euro, ma quasi 40.000. Ed è proprio questo il punto. Proprio perché il costo è più alto, è molto probabile che l’azienda, in fase di offerta, tenda a proporre una RAL più bassa.
Quindi, cosa conviene davvero? A parità di compenso, la Partita IVA può risultare leggermente più conveniente. Ma il vero punto non è solo il confronto dei numeri: conta quanto ti viene offerto e quanto quell’offerta è sostenibile anche per l’azienda.
Il consiglio finale è sempre lo stesso: prima di accettare o controproporre, meglio fare una valutazione personalizzata. Perché senza conoscere l’attività e il contesto, non esiste una risposta valida per tutti”.

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