Mai come in questa fase storica i titoli della difesa sono saliti sugli allori. Più guerre, più volumi d’affari. Un sillogismo banale. Solo i segnali di pace potrebbero invertire il trend borsistico dei colossi della produzione militare. In un contesto più allargato c’è spazio anche per uno storico produttore di armi come Beretta, sebbene più che per gli impieghi in guerra (il gruppo opera per il 66% del suo fatturato negli usi civili) è famoso nel mondo per le sue pistole, non a caso in dotazione alla polizia americana da tempo immemore.
Qui più che i tamburi di guerra, a far correre gli affari di Beretta Holding sono le paure in città. Quelle che inducono gli americani, soprattutto ma non solo, ad armarsi individualmente. È noto che negli Usa, memori dell’epica della nuova frontiera, del Far West e della conquista del Nuovo Continente, la passione per le armi sia molto diffusa e ottenere il porto d’armi sia pressoché una passeggiata. In genere, e vale anche per l’Europa, sono il senso d’insicurezza dei cittadini e il dilagare della criminalità a spingere verso le armi da fuoco.
Universo diversificato
Un contesto che non può che spingere i conti del gruppo che dal 1995 ha base in Lussemburgo dove opera come Beretta Holding Sa, la capogruppo che sotto di sé controlla un universo diversificato di oltre 50 società suddivise in tre branche di business. Le armi ovviamente, ma anche ottiche di precisione e munizioni.
Bisogna risalire al Granducato per vedere i conti consolidati che nel 2025 hanno chiuso con 1,68 miliardi di euro di ricavi, un Ebitda di 254 milioni e un utile netto di 125 milioni. Conti in linea con l’anno precedente che ha visto un fatturato di 1,67 miliardi, un margine dell’Ebitda al 15% dei ricavi e un utile netto più elevato di 141 milioni.
Che le inquietudini, legate all’aumento della criminalità, spingano la gente ad armarsi siano cresciute negli anni, lo dicono le dinamiche dei conti dei Beretta. Tant’è che il gruppo guidato da Pietro Gussalli Beretta, che riveste il ruolo sia di presidente che di amministratore delegato, negli ultimi anni ha corso più che in passato. Solo nel 2021 il fatturato consolidato stava sotto il miliardo di euro (958 milioni per la precisione), nel 2022 era salito a oltre 1,4 miliardi per poi continuare l’ascesa a quota 1,68 miliardi dello scorso anno. Di fatto, in quattro anni Beretta Holding ha quasi raddoppiato il volume d’affari.
La corsa è dettata non solo dalla maggiore diffusione di armi, ma anche dalla politica di espansione del gruppo che in realtà è nel suo Dna praticamente da sempre. Basta risalire indietro nel tempo, al 1995 quando i ricavi superavano a malapena 200 milioni (202 milioni, per la precisione) con un Ebitda di 39 milioni. Trent’anni dopo i ricavi si sono moltiplicati per otto volte con l’Ebitda passato da 39 milioni a 253 milioni.
In mezzo una lunga catena di shopping che ha allargato mano a mano mercato e volumi dell’azienda. Oggi Beretta ha impianti in 12 Paesi tra Europa e Usa, un network distributivo e appunto business diversificati nelle armi, nella produzione di munizioni, nell’ottica per i fucili e anche una divisione per armi militari che opera sotto l’egida di Bdt (Beretta Defense Technology). Una crescita quindi impostata sull’internazionalizzazione e sulle acquisizioni che hanno dato forte impulso all’aumento dei volumi di vendita ma che tuttavia hanno drenato marginalità nel tempo. Nel 2025 l’Ebitda margin si è collocato al 15% del fatturato. Era più alto nel 2021 quando registrò un valore del 22% sceso al 19% nel 2022 e ora al 15%. Certo, resta una marginalità più che interessante visto il settore, ma il declino comincia ad essere evidente. D’altro canto, è noto che spesso la crescita per linee esterne può impattare sulla marginalità.
Uno dei punti di forza di Beretta Holding è la solidità. Nel 2024, ultimo bilancio consolidato disponibile, in cassa c’erano 363 milioni di liquidità e su 1,9 miliardi di attivo del gruppo ben 1,3 miliardi sono il patrimonio netto. I debiti finanziari sia a breve che a lungo termine sono intorno ai 200 milioni. Di fatto il gruppo è liquido oltre che fortemente capitalizzato grazie agli utili finiti in gran parte a riserva negli anni.
Il gruppo è controllato dalla holding di famiglia Upifra, anch’essa basata in Lussemburgo, che si vede recapitare un flusso costante di dividendi. Nel 2024 il gruppo ha staccato una cedola destinata alla famiglia di 18 milioni e nel 2023 erano stati 23 milioni.
Cresce l’esposizione
Ora Beretta sta cercando di giocare al meglio le sue carte sul mercato americano, dove realizza il 39% del suo giro d’affari, mentre il 50% del fatturato è di provenienza europea. Oltre che disporre di impianti Beretta Holding ha siglato una partnership con Ruger, una delle principali società produttrice di armi degli Stati Uniti, quotata a New York. Beretta Holding salirà al 25% del capitale e nominerà due membri indipendenti nel cda. Ruger nel 2025 ha fatturato 546 milioni di dollari, ha una capitalizzazione di oltre 600 milioni di dollari e 2 mila dipendenti. L’operazione è in linea con la strategia di continuare a rafforzarsi negli Stati Uniti, dove Beretta controlla nove società e ha quattro stabilimenti produttivi (e un quinto in costruzione). Un’operazione tribolata, ma che si è chiusa definitivamente a inizio maggio. Di fatto Beretta lancerà un’Opa parziale sul 25% del capitale di Ruger a un prezzo di 44,8 dollari per azione. Una mossa che allarga l’esposizione indiretta sul mercato americano, quello dove la passione per le armi dovrebbe garantire una crescita ulteriore del gruppo degli armieri bresciani.
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