C’è uno spot che in questi giorni scorre sui teleschermi e nelle piattaforme digitali. È un frammento di memoria collettiva: il vecchio filmato della SIP, quando la telefonia era ancora un servizio pubblico e la connessione – più che la chiamata – veniva raccontata come un’estensione della vita. Non è soltanto un’operazione nostalgia. È una dichiarazione d’intenti. Perché oggi quella citazione serve a raccontare una rinascita industriale che fino a poco tempo fa sembrava impossibile, stante la voragine di debiti che pareva non avesse fondo.
La storia recente di Tim, già Telecom Italia, somiglia a un manuale di autodistruzione aziendale. Una lunga stagione di bilanci sostanzialmente in rosso, governance instabile, piani industriali annunciati e smentiti, cambi di vertice – e di raider camuffati da azionisti – consumati con la rapidità di un tweet. Più di recente, la presenza ingombrante del socio francese Vivendi, più concentrato a presidiare la cabina di comando che a consolidare i fondamentali industriali.
Per anni abbiamo descritto senza indulgenza la parabola di un ex campione nazionale ridotto a terreno di scontro finanziario. Abbiamo denunciato l’assenza di una visione coerente, l’illusione che bastasse cambiare amministratore delegato per cambiare destino, la miopia di chi confondeva la difesa delle posizioni con una strategia industriale. Non era accanimento polemico: era la cronaca di un declino.
Poi è arrivata la decisione che per anni era stata evocata e puntualmente accantonata: separarsi dalla rete. Un tabù infranto tra ricorsi, minacce legali e dichiarazioni incendiarie. Ma proprio la mossa tanto osteggiata da Vivendi si è invece rivelata la leva decisiva per sbloccare l’impasse. Vendere l’infrastruttura non è stato un arretramento strategico, ma un atto di chirurgia industriale: amputare per salvare l’organismo, ridurre il debito, restituire margini di manovra.
Qui si misura il ruolo di Pietro Labriola. Manager dinamico ma fuori dai canoni paludati, comunicazione diretta, talvolta spigolosa, e qualche vezzo pittoresco. Ma con un punto fermo: basta inseguire i volumi a scapito dei margini, basta guerre tariffarie che distruggono valore. In un mercato italiano che registra uno degli Arpu (il ricavo medio per utente) più bassi nel mondo, la scelta è stata ribaltare la prospettiva: meno ossessione per le quote, più disciplina sui ricavi.
La nuova Tim senza rete è un’azienda diversa. Più leggera, meno schiacciata dal peso del debito, più focalizzata su servizi, cloud, data center, cybersicurezza. Non più conglomerato indebitato che tenta di fare tutto, ma operatore che prova a capitalizzare competenze e infrastrutture già esistenti. È un cambio di paradigma che richiede coerenza nel tempo, non annunci trimestrali.
Il secondo pilastro del nuovo corso è l’ingresso di Poste Italiane guidata da Matteo Del Fante come primo azionista al 20% (dopo la conversione delle azioni di risparmio). Non un fondo speculativo, non un socio straniero con agenda propria, ma un gruppo radicato, con milioni di clienti, una rete capillare e una cultura industriale pragmatica. La prospettiva di integrazione con PosteMobile non è folklore finanziario: è la logica conseguenza di un disegno che punta a creare sinergie reali tra telecomunicazioni, servizi digitali, pagamenti, energia.
In un settore frammentato e ipercompetitivo, il consolidamento non è una parolaccia ma una necessità. Continuare a competere sul centesimo significa comprimere i margini fino all’asfissia. Recuperare valore significa invece avere il coraggio di rivedere modelli di pricing, di puntare sulla qualità del servizio, di investire in ambiti – come il cloud e la sicurezza – che richiedono massa critica e visione nazionale.
E il mercato, questa volta, non si è limitato a prendere atto. Ha premiato. Nell’ottobre 2022 il titolo Tim era precipitato fino a 17 centesimi, fotografia impietosa di una sfiducia quasi terminale. Oggi quota intorno a 65 centesimi. Un balzo percentuale che pochi titoli possono vantare a Piazza Affari. Non è solo un rimbalzo tecnico: è la certificazione che la strategia, fin qui, viene considerata credibile. La Borsa, quando vuole, sa essere spietata; ma sa anche riconoscere i cambi di passo autentici.
La promessa di tornare a remunerare gli azionisti, di restituire cassa dopo anni di sofferenza, si inserisce in questo quadro di ritrovata fiducia. Il vero banco di prova non sarà un dividendo annunciato, bensì la tenuta della rotta quando torneranno le pressioni: quelle politiche, quelle regolatorie, quelle degli azionisti impazienti, che al momento non si intravedono, ma non si può mai dire.
Il turnaround di Tim non è una favola edificante. È il risultato di una scelta impopolare diventata inevitabile e di una governance che, almeno finora, appare più coesa. Dopo la stagione delle ambizioni smisurate e della finanza creativa, si apre quella del realismo industriale. Meno battaglie di potere, più execution. Meno retorica sulla strategicità, più attenzione ai conti.
E allora quello spot della vecchia SIP assume un significato ulteriore. La connessione che allunga la vita, oggi, non è solo quella tra persone. È quella tra strategia e realtà. Tim ha rischiato di perderla, quella connessione. Ora prova a ristabilirla. E se saprà mantenerla nel tempo, non avrà soltanto evitato il peggio: avrà dimostrato che anche in Italia un grande gruppo può cadere, sbagliare e rialzarsi. Con scelte nette, responsabilità finalmente assunte — e un mercato che, per una volta, non contesta ma applaude.
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