Per il ceo di Unicredit, Andrea Orcel, nella sfida che l’Europa deve affrontare per diventare più competitiva, «le banche giocheranno un ruolo centrale». Per svolgerlo dovranno integrare pienamente nei propri modelli le tecnologie emergenti, prima tra tutte l’intelligenza artificiale. E questo promette di essere il dibattito del prossimo futuro: nell’Italia che ha appena archiviato un 2025 in cui i primi sei gruppi bancari hanno macinato 28 miliardi di utili netti, quella della IA è la sfida da affrontare se si vuole continuare ad abbattere costi e cogliere opportunità. Non a caso il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, per l’evento/dibattito del 130esimo Consiglio Nazionale – dal 3 al 5 marzo a Milano – e in vista del rinnovo del contratto nazionale (in scadenza il 31 marzo), ha scelto il titolo Next generation bank: un focus sulle trasformazioni nell’era dell’intelligenza artificiale. E non è nemmeno un caso che lo stesso Sileoni abbia già acceso il confronto sindacale, lamentando un atteggiamento dell’Abi teso a svilire il ruolo della cosiddetta “cabina di regia” sul digitale (l’organismo contrattuale che deve decidere nuove figure professionali, mansioni e inquadramenti da inserire nel prossimo contratto nazionale).
Sullo sfondo c’è il costante sospetto che l’IA – in questo caso nelle banche – aumenti l’efficienza riducendo l’occupazione. Sarà così? In attesa di sviluppi si può già notare che nelle recenti presentazioni dei principali gruppi bancari gli investimenti generali in tecnologia non sono trattati in maniera omogenea. Intesa Sanpaolo è la banca che più spinge: ai 5,6 miliardi investiti nel piano d’impresa 2022-26, se ne aggiungono i 4,6 annunciati dal ceo Carlo Messina nel piano al 2029, con focus sull’estensione della piattaforma di Isytech (la banca online) a tutto il gruppo. Unicredit, invece, sceglie di non dare visibilità puntuale agli investimenti digitali, né passati né futuri. Una scelta motivata per mantenere la flessibilità necessaria a massimizzare l’integrazione predicata da Orcel. Scendendo al secondo livello, Bper è la banca più precisa: nel piano 2025-27 gli investimenti stanziati per completare il percorso di digitalizzazione ammontano a 650 milioni. Mentre per Banco Bpm, dal piano 2021-24 emergono investimenti It per 650 milioni, aggiornati fino al 2027 con un aumento del 20% nell’arco di piano. Quanto a Mps, nel 2024 il ceo Luigi Lovaglio indicò 500 milioni di investimenti in tecnologia al 2028, di cui 190 in IA al servizio del business commerciale. Ma quella, per Siena, era un’altra epoca.
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