Nel salotto digitale delle famiglie italiane la televisione ha cambiato natura. Da semplice apparecchio per ricevere un segnale è diventata un oggetto connesso a Internet, capace di ospitare servizi di streaming, applicazioni, assistenti vocali, microfoni e talvolta anche una videocamera. È un cambio di paradigma: la tv non è più un “mobile” elettronico, ma un dispositivo che vive dentro la rete di casa, comunica con l’esterno e genera un flusso continuo di informazioni. Ed è proprio questa trasformazione a renderla una porta d’ingresso silenziosa e spesso sottovalutata per attacchi informatici e per la raccolta di dati personali su larga scala. Una recente analisi della Jamestown Foundation invita a guardare il fenomeno con un’angolazione più ampia della semplice privacy.
Il punto, oggi, non è solo capire quali informazioni vengano raccolte e come siano usate, ma considerare che milioni di televisori connessi rappresentano una presenza diffusa e costante. In un contesto in cui la tecnologia è sempre più intrecciata con economia e geopolitica, anche ciò che appare “domestico” può assumere un significato più grande. La smart tv, insomma, non è soltanto un prodotto di consumo: è un pezzo di infrastruttura digitale, collocato dentro le case, spesso acceso per molte ore al giorno e raramente controllato con attenzione.
La crescita dei dispositivi connessi ha trasformato le abitazioni in piccoli ecosistemi: router, telefoni, computer, telecamere di sicurezza, luci intelligenti, elettrodomestici. La televisione è al centro di questo insieme perché non si limita a mostrare contenuti: può ricevere comandi vocali, suggerire cosa guardare, collegarsi ad altri dispositivi, inviare informazioni e aggiornarsi automaticamente. Tutte funzioni comode, che però ampliano i punti in cui qualcosa può andare storto. E l’utente, spesso, non percepisce la differenza: una tv resta una tv, anche se ormai si comporta più come un computer collegato alla rete.
L’analisi identifica tre grandi categorie di rischi. La prima è la sorveglianza. Le smart tv possono raccogliere molte informazioni: quali programmi e film vengono visti, quanto tempo si passa su una piattaforma, quali applicazioni si usano, con quale frequenza. Alcuni sistemi riescono a riconoscere ciò che appare sullo schermo per migliorare consigli e pubblicità. Se a questo si aggiunge la presenza di microfoni e, in alcuni modelli, di videocamere per videochiamate, diventa chiaro quanto la quantità di dati potenzialmente disponibili sia elevata. Il problema non è soltanto la raccolta in sé, ma la trasparenza: molte persone non hanno idea di quali informazioni stiano davvero lasciando, dove finiscano e per quanto tempo vengano conservate.
La seconda categoria è l’interruzione. Un televisore connesso può essere manipolato da remoto: bloccato, reso inutilizzabile, rallentato o utilizzato per disturbare la rete di casa. Non è fantascienza: la storia recente dell’Internet domestica mostra come dispositivi poco protetti possano essere “arruolati” in attacchi su larga scala, generando traffico anomalo o partecipando, senza che il proprietario se ne accorga, a operazioni illegali. In queste situazioni il singolo utente vede al massimo una connessione più lenta o un apparecchio che si comporta in modo strano, ma il danno collettivo può essere molto più ampio.
La terza categoria è la manipolazione dell’esperienza. È un rischio meno evidente, ma molto delicato. Le smart tv suggeriscono contenuti, mettono in evidenza alcune app, mostrano messaggi promozionali e possono spingere scelte di consumo. Se un dispositivo viene compromesso, o se l’ecosistema che lo gestisce assume un ruolo troppo dominante, diventa possibile influenzare in modo opaco ciò che l’utente vede e come lo vede. Non si tratta necessariamente di grandi operazioni di propaganda: può bastare alterare preferenze, inserire messaggi indesiderati, far comparire contenuti sponsorizzati o rendere più “difficile” l’accesso a servizi concorrenti. Per un mercato in cui la pubblicità e l’attenzione degli utenti valgono miliardi, anche queste dinamiche hanno un peso economico e strategico.
Quadro complesso
A rendere più complesso il quadro è la catena di produzione e distribuzione. Non tutte le smart tv sono uguali: alcune usano piattaforme sviluppate dal produttore, altre si appoggiano a sistemi internazionali, altre ancora vengono progettate da aziende che producono per conto terzi e finiscono nei negozi con vari marchi. Per il consumatore è difficile capire chi controlli davvero il software, chi lo aggiorni e quali accordi regolino la gestione dei dati. È un tema diventato centrale anche per altre tecnologie: non conta solo dove si compra un prodotto, ma chi ne controlla i meccanismi interni e con quali regole. Qui entra in gioco anche una dimensione più politica. Se un produttore opera in Paesi in cui le aziende possono essere chiamate a collaborare con le autorità di sicurezza, la questione non riguarda soltanto la qualità del prodotto, ma il contesto in cui viene gestito. Il punto, sottolineano gli analisti, non è affermare che ogni televisore rappresenti una minaccia, ma riconoscere che quando un oggetto è diffuso in decine di milioni di case raccoglie dati e può essere aggiornato a distanza, la scala diventa un fattore decisivo. Il rischio non è concentrato, come nelle infrastrutture critiche tradizionali, ma distribuito: piccolo per il singolo, potenzialmente grande se si sommano milioni di casi.
Nello studio viene, inoltre, ricordato che al Ces 2025 l’azienda cinese Hisense ha presentato una piattaforma di “governance urbana” basata su IA e analisi dei dati, già operativa in 169 città cinesi. Il sistema, sviluppato dalla controllata Hisense Transtech, consente di regolare traffico, trasporti pubblici e sicurezza in tempo reale, adattando per esempio semafori, orari dei treni e percorsi degli autobus. La stessa Hisense, impresa statale, è anche uno dei maggiori produttori mondiali di smart tv e vende milioni di televisori connessi negli Stati Uniti. Questi dispositivi usano software proprietario, raccolgono dati e ricevono aggiornamenti da remoto dai team in Cina. Secondo l’analisi, Hisense non è un caso isolato: diversi produttori cinesi hanno ampliato la loro presenza globale nel settore tv tramite acquisizioni, licenze e accordi con produttori terzi, spesso dietro marchi occidentali.
Aspetti culturali
C’è poi un aspetto culturale. La televisione è storicamente percepita come uno strumento passivo. Questa idea, sedimentata in decenni di uso analogico, fatica a lasciare spazio alla consapevolezza che oggi la tv dialoga costantemente con server remoti, invia dati e riceve istruzioni. Molte famiglie non aggiornano mai le impostazioni iniziali, non modificano le preferenze sulla condivisione dei dati e non sanno nemmeno che esistono opzioni per limitare alcune funzioni. L’asimmetria informativa tra produttori e consumatori resta ampia. Disconnettere completamente la televisione non è realistico: molte funzioni dipendono dalla rete e la connettività è parte integrante del valore del prodotto. Ma alcune precauzioni possono ridurre il rischio senza rinunciare alla comodità. Tenere aggiornato il software, cambiare eventuali credenziali preimpostate, utilizzare una rete separata per i dispositivi meno sensibili, disattivare microfoni e videocamere quando non servono. Sono gesti semplici, che richiedono pochi minuti ma aumentano il livello di protezione complessivo.
In prospettiva, la sfida sarà trovare un equilibrio tra innovazione e tutela. Il mercato delle smart tv continua a crescere, spinto dalla domanda di contenuti in streaming e dalla pubblicità personalizzata. Più funzioni significa più dati, e più dati significa maggiore valore economico. Senza regole chiare e standard condivisi, però, il rischio è che la sicurezza resti un elemento secondario rispetto alla velocità di immissione sul mercato.
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