Tempesta sui mercati finanziari dopo che i prezzi del petrolio hanno superato i 110 dollari al barile: è la prima volta dal 2022, quando la Russia invase l’Ucraina.
A motivare l’impennata c’è la riduzione della produzione di petrolio dei principali produttori mondiali del Medio Oriente, tra cui Kuwait, Iran ed Emirati Arabi Uniti dopo la chiusura dello stretto di Hormuz. L’aumento del costo del carburante è stato definito dal presidente USA Donald Trump un prezzo “molto basso da pagare” in cambio della distruzione della minaccia nucleare dell’Iran.
In caduta libera le borse asiatiche: Il Nikkei ha terminato le contrattazioni a 52.728,72 punti con una flessione del 5,2% rispetto a venerdì. Il Topix – che include la maggior parte delle società quotate nel segmento Prime della Borsa di Tokyo – ha ceduto a sua volta il 3,20%. Rispetto a 10 giorni fa il Nikkei ha lasciato sul terreno più del 10%. Cade anche Seul, con – 6% e Hong Kong che retrocede quasi del 2%. Le grandi potenze industriali dell’Asia orientale infatti , come Giappone, Corea del Sud e Taiwan, sono fortemente dipendenti dal greggio Medio per l’estrema scarsità di giacimenti petroliferi o di gas naturale propri: devono importare quasi il 90-100% del loro fabbisogno energetico.
Circa il 75% delle esportazioni di petrolio del Golfo Persico è infatti diretto verso l’Asia. Guardando all’Europa segnale negativo dai dati sulla produzione industriale in Germania: secondo Destatis gli ordini della produzione manifatturiera sono calati dell’11,1% rispetto al mese precedente. I future sugli indici di Borsa statunitensi segnalano una giornata difficile a Wall Street. I contratti legati al Dow Jones Industrial Average hanno perso circa l’1,5%, dopo essere arrivati nella notte a un calo di oltre 1.000 punti. In discesa anche i future sull’S&P 500, che arretrano di circa l’1,3%, e quelli sul Nasdaq-100, in calo dell’1,5%. Nelle prime ore della notte i ribassi erano stati ancora più marcati, con tutti e tre gli indici in perdita di oltre il 2%. Successivamente i mercati hanno recuperato leggermente, riducendo parte delle perdite. Sul mercato valutario il cambio tra Euro e Dollaro statunitense resta sostanzialmente stabile, intorno a quota 1,156. Vendite diffuse invece sull’oro, che prosegue la giornata a 5.101,5 dollari l’oncia. Torna a salire anche lo spread tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi: il differenziale sui decennali si porta a 83 punti base, in aumento di 8 punti.
A Francoforte l’indice principale perde il 2,6%, mentre la Borsa di Londra scende dell’1,7%. In calo anche Parigi, con un ribasso del 2,55%. Seduta difficile anche per la Borsa italiana: l’indice FTSE MIB cede il 2,59%, proseguendo una serie negativa iniziata giovedì scorso. Sulla stessa linea il FTSE Italia All-Share, che perde il 2,63% e scende fino a 45.438 punti.
Per Mps Market Strategy il “precipitato degli sviluppi del fine settimana appare chiaro stamane: il mercato ha abbandonato l’idea di un intervento rapido e ha realizzato che al momento il sentiero di una de-escalation non è visibile. Il deterioramento del quadro terrà alla larga chi vedeva questo shock come un’opportunità”. La settimana che si apre non sarà quindi solo un calendario di dati. Sarà un “test immediato di come il mercato digerisce lo shock energetico in tempo reale”, sottolinea Gabriel Debach, market analyst di eToro. Si tratta di dati che “fotografano – aggiunge – un mese ormai superato dall’esplosione del petrolio sopra i 100 dollari. Il mercato dovrà quindi interpretare numeri vecchi attraverso una lente completamente nuova”.
Intanto i ministri delle principali economie del G7 stanno valutando un possibile intervento coordinato sui mercati energetici. Secondo il Financial Times, sul tavolo c’è l’ipotesi di un rilascio congiunto di petrolio dalle riserve strategiche gestite dall’Agenzia Internazionale dell’Energia. L’iniziativa sarebbe sostenuta dagli Stati Uniti e da altri due Paesi. L’obiettivo è aumentare temporaneamente l’offerta di greggio per contenere l’impennata dei prezzi sui mercati internazionali.
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