Frutta e ortaggi tornano protagonisti sulle tavole degli italiani. Il 2025 si è chiuso con l’aumento dei consumi di ortofrutta delle famiglie al dettaglio che raggiungono quota 5,45 milioni di tonnellate (+5% sul 2024), per un valore complessivo di 13,77 miliardi di euro (+7%). Significa in media 92 chilogrammi a testa durante l’anno (+5%), secondo Cso Italy. Un andamento che segna una netta inversione di tendenza rispetto al passato con la presenza di ortofrutta sulle tavole che era scesa ai minimi storici, per effetto dei continui cali dell’ultimo decennio. Gli ortaggi mostrano un quadro complessivamente dinamico con un aumento del 7% in quantità mentre la frutta sale complessivamente del 3% in quantità con mele e banane che detengono la leadership di mercato.
Cambiano però le abitudini e si registra una svolta verso la ricerca di praticità come nel caso delle angurie, con quelle più grandi che nel 2025 sono scese ad appena il 9% degli acquisti nella Gdo, mentre le “mini” volano al 60% e quelle di media dimensioni avanzano fino al 31%. Dieci anni fa ben il 48% degli acquisti si concentrava sulle tradizionali taglie grandi, con le mini al 47% e le midi ferme al 5%, ha rilevato Elisa Macchi, direttrice Cso Italy.
A spingere il cambiamento è anche la domanda di servizi aggiunti. Secondo il rapporto NielsenIq del 2025, il 35% del fatturato del reparto ortofrutta è derivato da quarta e quinta gamma, insalate già lavate, zuppe pronte e frutta già tagliata, con il consumatore disposto a pagare un sovrapprezzo del 40-50% per risparmiare tempo. La domanda di sostenibilità ambientale e sicurezza alimentare favorisce anche il biologico che nell’ortofrutta cresce del 13% in quantità.
Una attenzione all’ambiente che è confermata dall’espansione dei mercati contadini dove è possibile acquistare direttamente dagli agricoltori frutta e verdura di stagione del territorio. Un’esperienza sostenuta in Italia dalla Fondazione Campagna Amica che può contare su 1.200 mercati lungo tutta la Penisola dove i consumatori hanno l’opportunità di garantirsi prodotti locali di qualità ma anche di riscoprire varietà del passato.
In Italia sono scomparse dalla tavola tre varietà di frutta su quattro nell’ultimo secolo anche per effetto dei moderni sistemi della distribuzione commerciale che privilegiano le grandi quantità e la standardizzazione dell’offerta. In Italia nel secolo scorso si contavano 8mila varietà di frutta, mentre oggi si arriva a poco meno di 2mila e di queste ben 1.500 sono considerate a rischio di scomparsa. Un pericolo per i produttori e i consumatori con la perdita di un patrimonio alimentare, culturale ed ambientale del made in Italy.
Aumenta infatti anche la domanda di frutta esotica che, secondo i dati del Cso Italy, ha registrato una crescita esponenziale superando le 900 mila tonnellate annue. Il boom dell’avocado è la massima espressione di questa tendenza influenzata da un mix di ricerca di benessere e nuove esperienze a tavola. A pesare è anche il calo dei prezzi grazie proprio anche alla nuova produzione nel Sud Italia. Il risultato è che l’Italia è al sesto posto nel consumo di avocado tra i Paesi europei con circa 40 mila tonnellate, con una crescita dei consumi negli ultimi cinque anni del +179% secondo i dati Ismea anticipati per il Macfrut 2026 in programma al Rimini Expo Centre dal 21 al 23 aprile. Il risultato è che, in controtendenza rispetto al drastico ridimensionamento delle produzioni tradizionali del Frutteto Italia, le coltivazioni di avocado, mango, guiava, banane & company made in Italy, da curiosità confinata a pochi ettari nel secolo scorso, sono diventate ora un vero e proprio fenomeno di mercato. Le superfici coltivate sono arrivate a superare i 1.200 ettari concentrati soprattutto tra Sicilia, Puglia e Calabria, secondo l’ultimo studio dell’Osservatorio Coldiretti. Una crescita importante in una situazione in cui negli ultimi quindici anni sono andati persi in Italia 200 mila ettari di colture tradizionali, con la superficie coltivata a frutta e agrumi che è scesa per la prima volta sotto la soglia del mezzo milione di ettari.

Come conseguenza della riduzione della superficie, si contano oltre 200 milioni di piante da frutto in meno e non va meglio il settore degli ortaggi, dei legumi e delle patate, con una perdita di superficie coltivata stimata nello stesso periodo in altri 100 mila ettari. La ripresa dei consumi interni insieme con i buoni risultati dell’export, che ha raggiunto nel 2025 il record storico di 13 miliardi di euro tra ortofrutta fresca e trasformata, fa ben sperare gli operatori del settore che è però esposto ai rischi della guerra in Iran che si aggiungono ai forti squilibri lungo la filiera e alla concorrenza internazionale sleale. A preoccupare è la mancanza di reciprocità sul piano produttivo e sanitario.
«Non sono più rimandabili tre requisiti che abbiamo chiesto e che il governo italiano ha veicolato a Bruxelles: divieto di importazione di ogni prodotto trattato con sostanze vietate in Europa; aumento significativo dei controlli alle importazioni; obbligo dell’indicazione d’origine su tutti i prodotti e lotta alle frodi», affermano Coldiretti e Filiera Italia.
Ma a pesare ci sono anche gli effetti dei cambiamenti climatici che negli ultimi anni hanno devastato il Frutteto Italia, tra maltempo e siccità. Senza dimenticare l’invasione di insetti e malattie aliene contro le quali spesso i frutticoltori nazionali sono indifesi a causa della mancanza di sostanze fitosanitarie adeguate (in Italia l’utilizzo di fitofarmaci si è ridotto del 50% negli ultimi 30 anni e i prodotti utilizzati sono passati da oltre un migliaio a circa 300).
La nuova speranza viene dal possibile via libera quest’anno a livello comunitario delle Tea, le tecniche di evoluzione assistita che attraverso il miglioramento genetico consentono alle piante di resistere meglio ai patogeni e ai cambiamenti climatici ma anche di ridurre l’uso di prodotti chimici e di migliorare le caratteristiche degli alimenti. Niente a che vedere però con i vecchi Ogm, che comportano l’inserimento di geni di una specie in un’altra mentre le Tea lavorano sul patrimonio genetico della stessa pianta, accelerando mutazioni che potrebbero verificarsi anche spontaneamente in natura.
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