Crescere a tutti i costi. A oltre 30 anni dalla loro nascita, gli Etf rappresentano ormai un’industria da oltre 20mila miliardi di dollari a livello globale (dati Etfgi, gennaio 2026) e la corsa impetuosa è attesa continuare nei prossimi anni; secondo l’ultimo Global 2026 Etf survey di Pwc il patrimonio gestito potrebbe balzare a 35mila miliardi o più entro il 2030. A saltare all’occhio nel percorso degli ultimi anni è la forte spinta all’innovazione in termini di tipologie di strumenti che l’industria dei fondi quotati in Borsa sta portando avanti e che porta a discostarsi dalle origini proprio su elementi distintivi dei replicanti come i bassi costi e la semplicità. La ricerca di una diversificazione più chirurgica sta spingendo gli emittenti a proporre sempre più Etf tematici, su specifiche strategie di investimento e in particolare la tendenza più marcata e quella degli Etf attivi.
I grandi player globali, da BlackRock a Jp Morgan fino a Goldman Sachs, hanno aperto le porte alla gestione attiva in quello che da sempre è stato il regno degli investimenti passivi. Per ottenere rendimenti superiori al mercato, gli Etf attivi – che ad oggi contano oltre 2mila miliardi di dollari di asset in gestione a livello globale, ossia un decimo del mercato nel suo complesso – mirano a generare rendimenti superiori al mercato attraverso analisi più approfondite e una gestione più dinamica rispetto ai tradizionali replicanti di indice. Il rischio, tuttavia, è quello di snaturare la natura dello strumento: questi “ibridi” rischiano di mandare in confusione gli investitori in cerca di semplicità ed economicità. «L’Etf è un prodotto eccezionale per diversificare bene a un prezzo ragionevole, ma se per prendere il biglietto del tram devi pagarlo il doppio o il triplo allora si rischia di snaturare un prodotto nato e cresciuto come sinonimo di investimento passivo ed economico», taglia corto Pietro Di Lorenzo, analista e fondatore di SosTrader. Gli Etf attivi sono più costosi e presentano anche una certa complessità «che tendenzialmente allontana chi cerca la semplicità che è stata da sempre un marchio distintivo degli Etf», aggiunge l’esperto che fa gli opportuni distinguo relativamente agli Etf tematici, che sì costano di più rispetto ai cloni sugli indici azionari canonici, ma permettono di aggiungere qualcosa al portafoglio in termini di esposizione a megatrend ad alto potenziale di crescita. «Sui tematici ha una sua logica spendere qualcosa in più di costo se si hanno le idee chiare su alcuni settori o tendenze in grado di dare una marcia in più al portafoglio nel lungo termine». La proposizione di esposizioni mirate su temi, fattori d’investimento o gestioni attive porta il TER (costo di gestione annuo) a posizionandosi mediamente in un range che va dallo 0,30% allo 0,60%, ossia ben oltre i costi di gestione tra lo 0,03% e lo 0,20% che caratterizzano gli Etf sui principali indici. Per i 280 Etf attivi monitorati su justETF, il TER medio è pari allo 0,47%, più del doppio rispetto al TER medio degli Etf sull’Msci World e quasi sette volte lo 0,08% degli Etf che replicano l’indice S&P 500. «Il costo maggiore potrebbe essere giustificato se contribuisce a rendere il portafoglio più diversificato, strategico e potenzialmente più performante – sottolinea Lorenzo Demaria, country manager Italia di justEtf – ma di fronte a un TER dello 0,30% o dello 0,50% per un Etf più di nicchia, l’investitore retail potrebbe tuttavia storcere il naso, abituato allo zero virgola zero e qualcosa dei prodotti core».
Qualche decimale in più o in meno in termini di onerosità di un fondo fa la differenza, e tanto, nel tempo: su un orizzonte di 30 anni, ipotizzando un rendimento medio del 6%, 100mila euro diventano 504mila euro con un TER dello 0,25% e solo 436mila se il TER sale allo 0,75% e 378mila con costo annuo dell’1,25%; una forbice di ben 126mila euro che l’investitore tende a sottostimare notevolmente nel momento in cui sceglie a che prodotto affidarsi. In generale, l’investitore deve valutare se un costo di gestione più elevato apporti effettivamente un beneficio. «Se la risposta è affermativa – rimarca l’esperto di justEtf – una soluzione efficace potrebbe essere la strategia “Core-Satellite”, inserendo nella parte del portafoglio dedicata all’esposizione satellite/tattica (solitamente il 20-30% del totale) gli Etf tematici, settoriali o attivi in modo che l’impatto sul costo complessivo del portafoglio resti marginale».
Non va dimenticato che «anche nel suo formato più costoso – precisa Demaria – l’Etf vince a mani basse il confronto con un tradizionale fondo comune di investimento a gestione attiva», con l’industria del risparmio gestito tradizionale che continua a proporre fondi azionari il cui costo annuo supera agevolmente la soglia dell’1,50%-2%, a cui vanno spesso sommati balzelli opachi (commissioni di ingresso, penali di uscita e le controverse commissioni di performance) che deprimono ulteriormente le performance nette.
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