Non solo parmigiano reggiano e mozzarella: si moltiplicano i prodotti tipici che tengono alta la bandiera dell’export italiano nel comparto formaggi, che ha raggiunto nuovi record. Lo scorso settembre il nostro Paese è stato il primo esportatore extra-Ue per volumi: secondo i dati della Istat, le esportazioni italiane del settore verso le destinazioni extra Ue hanno raggiunto 199.844 tonnellate, +4,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Superate rivali storiche come Francia e Olanda, che già nel 2024 erano rimaste alle nostre spalle, visto che meglio di noi aveva fatto solo la Germania.
Un successo che ha avuto un impatto anche su Lactalis Italia, prima azienda agroalimentare in Italia con oltre 4.000 referenze, 30 stabilimenti e un fatturato 2024 di circa 2,9 miliardi (mentre quello globale è arrivato a 30 miliardi), che da poco più di un anno ha lanciato una business unit dedicata all’export diretta da Mauro Frantellizzi.

Nel suo portafoglio il gruppo vanta sia marchi commerciali storici come Parmalat (acquisita nel 2011), Invernizzi, Cademartori, Santa Lucia, Vallelata e Galbani, sia Dop come grana padano, parmigiano reggiano, taleggio, gorgonzola e pecorino di Pienza e mozzarella di bufala con il marchio Mandara, e da poco ha lanciato in Italia un nuovo piano di investimento al 2030 da 400 milioni, con focus su automazione dei magazzini, aumento delle capacità produttive, sviluppo tecnologico e innovazione dei prodotti.
Dottor Frantellizzi, qual è il bilancio preliminare sull’export 2025 per Lactalis Italia?
«Nel 2024 l’export aveva registrato una crescita del 10%, mentre nel 2025 (gli ultimi dati risalgono a novembre) ha rallentato attentandosi a un +4% come quantità, però a fronte di un aumento di oltre il 13% in valore. L’Italia vende in media a 8 euro al chilo, contro i 4 della Germania. Stiamo aspettando i dati definitivi, anche se negli ultimi mesi dello scorso anno abbiamo assistito a difficoltà legate soprattutto a un rilevante calo dei prezzi del latte in Europa. L’estate fredda, inoltre, ha impattato sulle vendite di freschissimi come la mozzarella nei Paesi del Nord».
Quali sono i Paesi dove avete registrato una crescita maggiore?
«La Corea del Sud con +35%, poi Cile (+28%), Repubblica Ceca (+21%) e Romania (+14). Bene anche il Medio Oriente, con una crescita del 20,1%. In Europa la Francia resta il primo mercato, con un aumento del 6%. Stabile la Germania (+0,6%), positive Gran Bretagna (+5%) e Spagna (+6,7%)».
Per quel che riguarda Stati Uniti e Cina, dove pesano anche i dazi, che cosa avete osservato?
«Negli Usa abbiamo assistito a un calo del 2%: in un certo senso c’è stato molto rumore per nulla, con un impatto decisamente ridotto rispetto alle prime previsioni catastrofiche. Certo non cresce più come in passato. In Cina abbiamo registrato un -17%, un po’ per effetto delle tariffe, un po’ per le mutate condizioni economiche locali. In ogni caso, venivamo da un +30% nel 2024, quindi il panorama resta positivo. E i dazi annunciati da Pechino sui nostri formaggi come ritorsione per le tariffe Ue sull’automotive si sono ridimensionati attestandosi a livelli sostenibili».
Quali sono, nel comparto formaggi, i prodotti italiani più amati e venduti all’estero?
«Al primo posto per le nostre vendite c’è la mozzarella, seguita da mascarpone e parmigiano reggiano. Ma stiamo assistendo a una forte crescita anche di burrata e stracciatella, che ormai sono dei veri e propri macro trend. I ristoranti hanno un ruolo fondamentale: il trend della mozzarella in Corea del Sud si spiega anche con la popolarità della pizza, in particolare una specie di “pizza Vulcano” che ha invaso i social. Allo stesso modo, l’amore per il tiramisù spinge il mascarpone. Abbiamo censito l’esistenza di circa 600 mila locali italiani nel mondo, che rappresentano il 15-20% di tutti i ristoranti a livello globale. La cosa che ci rende orgogliosi è che burrata e stracciatella si stanno imponendo come vere e proprie icone anche nei menu non italiani: gli chef amano usarle per aggiungere un “tocco tricolore” ai loro piatti».
Come è nata la business unit dedicata all’export?
«La struttura è stata creata a novembre 2024 per mettere insieme tutte le nostre eccellenze: abbiamo un portafoglio export con circa 2.000 referenze, di cui il 40% Dop, per 120 mila tonnellate di vendite e un fatturato di oltre 800 milioni. La nostra forza nell’export passa anche attraverso l’uso dei nostri marchi, come il global brand Galbani, mentre molti altri gruppi si affidano principalmente alle private label locali. Senza dimenticare poi il ruolo dell’innovazione prodotto, fondamentale per conquistare nuove fette di mercato all’estero».
Può farci qualche esempio?
«In Francia abbiamo lanciato con successo la mozzarella “infused”, ovvera infusa, al basilico. Un’altra novità è rappresentata dalle burratine Vallelata, già disponibili in Italia, che presto sbarcheranno all’estero. Nel settore del super fresco, l’innovazione passa anche dai processi industriali: studiamo e affiniamo i passaggi produttivi in modo da garantire una durata maggiore senza compromettere gusto e qualità. Con i tempi dei trasporti via mare che si sono allungati a causa delle crisi geopolitiche, è un tema fondamentale».
All’estero però spesso i nostri prodotti originali si scontrano con la concorrenza delle copie. Come affrontate il problema dell’italian sounding?
«La nostra strategia consiste nel puntare sulla qualità. Prendiamo il caso del fioridilatte: il nome non è protetto, quindi cerchiamo di far capire quali sono le sue caratteristiche uniche e perché conviene usarlo nonostante un prezzo più alto. L’importante è che il consumatore distingua in modo chiaro l’originale dal domestico. Per esempio, negli Stati Uniti il parmesan e il parmigiano reggiano nei supermercati si trovano proprio su scaffali diversi. Un modello simile si applica per il Mercosur. Nei Paesi del Sud America esistono da decenni prodotti pseudo italiani, spesso nati sulla scia dell’arrivo dei nostri emigranti, ormai considerati “tipici”, come la salsiccia Calabresa in Brasile. I prodotti locali già esistenti continueranno a essere venduti, ma allo stesso verranno riconosciuti i nostri Dop e Igp, cosa che aprirà spazi interessanti in diversi Stati come Argentina, Paraguay e Uruguay. Siamo in una fase di studio per capire quali sono le opportunità in arrivo».
Leggi anche:
Altro che Roquefort «Cheese» all’estero si dice Gorgonzola
Lactalis investirà 400 milioni in Italia entro il 2030
© Riproduzione riservata