“Trump sta strangolando Cuba, tagliando carburante, voli e forniture critiche per la sopravvivenza. Non c’è tempo da perdere”. Sospinto da queste motivazioni, un convoglio umanitario è in viaggio verso L’Avana con l’obiettivo di “supportare il popolo cubano”. A bordo ci sono anche gli europarlamentari italiani Ilaria Salis e Mimmo Lucano. Oltre ai rifornimenti, tuttavia, la combriccola ha messo in valigia anche un pesante carico di ideologia. I promotori della Flottilla, infatti, descrivono la crisi cubana unicamente come il risultato delle ostilità statunitensi, che certo hanno aggravato la situazione, ma tacciono su una serie di fattori interni che nel tempo hanno ridotto l’isola allo stremo.
Monopolio comunista
A Cuba, infatti, secondo l’Osservatorio cubano per i Diritti Umani, quasi l’89% della popolazione vive in povertà estrema e ciò testimonia il collasso di un sistema politico ed economico. La crisi cubana ha infatti una causa precisa, che ovviamente viene taciuta dai compañeros della Flottilla: il monopolio politico del Partito Comunista di Cuba. Sull’isola, difatti, l’economia è uno strumento piegato alla volontà della repubblica socialista monopartitica e la libera iniziativa è tollerata solo finché non diventa troppo indipendente dal partito stesso. Questo sistema ha barattato la prosperità con l’ideologia e il risultato è un apparato burocratico pervasivo, secondo osservatori economici internazionali, che soffoca imprese, produzione e investimenti, impedendo lo sviluppo di un tessuto economico solido e resistente agli scossoni.
Economia a pezzi
Ad affossare Cuba ci ha pensato anche la riforma monetaria del 2021, la cosiddetta Tarea Ordenamiento. Doveva semplificare il sistema delle due valute e rilanciare l’economia, invece, secondo diversi analisti economici e rapporti di ONG indipendenti, ha prodotto un’esplosione dell’inflazione e ha distrutto il potere d’acquisto dei salari statali, che oggi non bastano quasi mai a coprire nemmeno i beni di prima necessità per una settimana intera, secondo vari analisti economici e rapporti di ONG indipendenti.
Nel frattempo i settori più redditizi dell’economia sono finiti nelle mani del conglomerato delle Forze Armate, GAESA, che controlla turismo, distribuzione in valuta forte, alcuni servizi portuali e parte delle rimesse estere con un livello di trasparenza discutibile. Secondo uno studio del think‑tank spagnolo Cuba Siglo 21, il controllo dei militari su alcune risorse strategiche sta mostrando segnali di cambiamento, indicativi di una profonda crisi strutturale del sistema economico. In pratica, mentre infrastrutture civili, ospedali e rete elettrica cadono a pezzi, una quota consistente delle risorse più redditizie rimane sotto il controllo di un apparato militare separato dal governo civile.
Il paradosso è totale: Cuba, pur avendo condizioni naturali favorevoli all’agricoltura, dipende dalle importazioni per una quota enorme del proprio fabbisogno alimentare. Secondo il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), l’isola importa fino all’80% del cibo che consuma, a causa di una produzione interna insufficiente e di inefficienze strutturali nel settore agricolo.
Esodo demografico
Cuba sta anche affrontando un’esodo demografico storico: più di 250mila cittadini hanno lasciato l’isola nel solo 2024, secondo dati ufficiali dell’ufficio nazionale di statistica (ONEI) riferiti da media indipendenti, e altre stime indipendenti suggeriscono che la cifra reale potrebbe essere ancora più alta. Alcune analisi demografiche indipendenti stimano che oltre un milione di persone siano emigrate tra il 2021 e il 2025 a causa della crisi prolungata.
La verità che la Flottilla nasconde è brutale ma facilmente intuibile a un’analisi più approfondita: la crisi cubana non è provocata solo dalla forte pressione esercitata dagli Stati Uniti. Raccontarla così, significa ignorare una consistente parte di realtà. Il caos, infatti, è anche il risultato di un modello politico storicamente rovinoso, soprattutto dal punto di vista economico, che tuttavia continua a raccogliere seguaci ed estimatori. Guarda caso, tutti comodamente cullati dal benessere di Paesi in cui i diritti fondamentali e le libertà economiche sono ampiamente garantiti.
© Riproduzione riservata