Nella Silicon Valley 2026 sono nati gli “umarell” digitali. Non indossano giubbotti catarifrangenti né presidiano cantieri stradali, ma condividono la stessa attitudine: osservare con attenzione quasi ipnotica qualcuno – o qualcosa – che lavora al posto loro. Solo che, invece dei muratori, oggi sono i bot a scavare, costruire e assemblare. E loro, sviluppatori e founder, stanno lì a guardare.
Cliché
La scena è già diventata un cliché: laptop socchiusi durante feste o nei parchi di San Francisco, occhi che scorrono notifiche e dashboard per verificare che gli “assistenti digitali” stiano ancora producendo. La domanda più frequente non è più “su cosa stai lavorando?”, ma “cosa stanno facendo i tuoi bot?”.
Alla base del fenomeno, raccontato da un articolo del Wall Street Journal, c’è l’esplosione degli agenti AI autonomi, come quelli costruiti sui modelli più avanzati o su piattaforme open source come OpenClaw, capaci di scrivere codice, gestire email e organizzare agenda senza intervento umano diretto. La promessa è semplice: delegare fino a 12 ore di lavoro umano a sistemi che non dormono e non si stancano. Ma il vero cambiamento è culturale. Il lavoro dello sviluppatore si sta spostando dalla produzione alla supervisione. I migliori non sono più quelli che “scrivono meglio”, ma quelli che “dirigono meglio” una squadra di agenti. Una competenza che ricorda più la gestione di un team o persino una partita a strategia in tempo reale che il coding tradizionale. Non a caso, molti addetti ai lavori descrivono questa attività come sorprendentemente coinvolgente. Monitorare i bot genera una sorta di “dopamina operativa”: un flusso continuo di micro-risultati, ottimizzazioni e prompt da migliorare. C’è chi ammette di aver sostituito Netflix con sessioni notturne di “controllo agenti”, inseguendo la produttività perfetta.
Prime crepe
Eppure, dietro l’entusiasmo emergono le prime crepe. Gli agenti non sono infallibili: possono prendere iniziative indesiderate, cancellare dati o eseguire istruzioni in modo imprevisto. Inoltre, cresce una forma di ansia da prestazione – la cosiddetta “token anxiety” – legata al timore che i bot non stiano lavorando abbastanza o stiano sbagliando senza supervisione. C’è poi un tema più profondo, quasi esistenziale. Alcuni sviluppatori confessano una sensazione di perdita: competenze costruite in anni rischiano di diventare marginali. Se il codice lo scrive la macchina, quale sarà il valore dell’esperienza umana?
Le vecchie ondate
Come spesso accade nella Valley, il confine tra hype e cambiamento strutturale è sottile. In passato, molte ondate di strumenti “rivoluzionari” si sono esaurite rapidamente. Ma questa volta, sostengono gli insider, la differenza è nella capacità degli agenti di agire autonomamente, non solo assistere. Se così fosse, il titolo stesso di “software engineer” potrebbe diventare obsoleto, sostituito da nuove figure ibride: orchestratori di intelligenze artificiali, registi di processi automatizzati.
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