Il paradosso è questo: nessuna creatura è più spietata dell’umano, soprattutto se si ritrova tra le mani un potere pressoché assoluto. Non è empatico, non prova pietà o misericordia e spesso insegue la propria follia. L’umano al potere è meschino. Noi, però, siamo terrorizzati dalla macchina intelligente, dall’algoritmo che pensa, dalla rete che conosce i nostri desideri prima che li formuliamo, dall’intelligenza artificiale che potrebbe un giorno decidere che il dio umano è il problema. È una paura antica travestita da fantascienza, ma la storia, quella vera, quella scritta col sangue e non con gli algoritmi, racconta un’altra realtà. Nessuna macchina ha mai fatto quello che ha fatto un essere umano quando si è ritrovato in mano un potere senza limiti. Nessun sistema operativo ha costruito i gulag. Nessuna rete neurale ha ordinato la Notte dei cristalli. Nessun modello linguistico ha mandato i kulaki a morire di freddo nelle steppe. Lo hanno fatto uomini. Uomini con un’idea fissa, una visione del mondo, un progetto. E spesso lo hanno fatto con la certezza assoluta di avere ragione.
Cesare
Non ci sono dittatori illuminati. Non lo era Cesare, che pure resta il più umano di quella razza, il più geniale, il più capace di misurare la propria ambizione con una certa ironia. Anche lui cedette alla logica del potere assoluto, e i suoi amici lo aspettavano con i coltelli alle Idi di marzo. Il potere corrompe perché è nella natura del potere farlo. Non è una metafora. È una legge fisica della storia.
Vantaggi competitivi
Eppure eccoci qui. Il dibattito pubblico sulla tecnologia e sull’intelligenza artificiale ruota intorno a una sola domanda: come imbrigliamo la macchina? Come la regoliamo, la normalizziamo, la rendiamo innocua? Si moltiplicano le commissioni, le direttive, i regolamenti. L’Europa sforna norme come un forno sforna pane, e con la stessa convinzione di fare qualcosa di utile e necessario. Ma chi paga il prezzo di quelle norme? Chi le subisce davvero? Non i grandi attori tecnologici, che hanno eserciti di avvocati e lobbisti capaci di trasformare qualunque vincolo in un vantaggio competitivo. Le subiscono i cittadini normali, le piccole imprese, i creativi, i curiosi. Le subisce chi non ha abbastanza potere da ignorarle.
Provocazione intellettuale
È qui che le ossessioni di Peter Thiel smettono di essere farneticazioni da miliardario e cominciano a diventare una provocazione intellettuale seria. Thiel è in questi giorni a Roma per tenere una serie di lezioni a porte chiuse sull’Anticristo, personaggio metafisico e faticoso. L’ha fatto in una sede riservata tra piazza Navona e Castel Sant’Angelo, davanti a studenti, seminaristi e ospiti selezionati, con luci soffuse e un leggio portato da casa. Non è una scenografia casuale. Thiel è un personaggio teatrale nel senso più antico del termine: sa che il luogo in cui si parla dice qualcosa di ciò che si dice.
Fantascienza
La sua tesi, semplificata ma non tradita, è questa: l’Anticristo moderno non è lo scienziato pazzo dei romanzi di fantascienza. Non è la macchina ribelle, non è il robot che si rivolta contro il suo creatore. L’Anticristo è il burocrate globalista che usa la paura, quella del clima, quella dell’intelligenza artificiale, quella della guerra nucleare, per costruire un ordine mondiale centralizzato capace di bloccare il progresso. È chi invoca la pace e la sicurezza, citando Paolo ai Tessalonicesi, per giustificare il controllo. È chi trasforma la prudenza in stagnazione e la regola in gabbia.
Si può non essere d’accordo con Thiel su quasi tutto. Si può trovare inquietante che un uomo con un patrimonio da decine di miliardi di dollari e il controllo di Palantir, la società che vende sistemi di sorveglianza a governi e servizi di intelligence di mezzo mondo, si presenti come il paladino della libertà individuale contro il Leviatano burocratico. C’è qualcosa di strutturalmente paradossale nell’anarco-capitalismo quando lo pratica chi ha già vinto il gioco. È la libertà di chi può permettersi di comprarla perchè ne ha i mezzi.
Paura
Tuttavia la domanda che Thiel pone non è stupida. Dobbiamo davvero temere di più la macchina o chi usa la paura della macchina per estendere il proprio controllo? La risposta binaria non esiste, ma il fatto che non esista non ci autorizza a non cercarla. Perché nel mezzo di questa nebbia, tra la retorica della sicurezza e quella del progresso, tra chi vuole fermare tutto e chi non vuole fermare niente, ci siamo noi. I cittadini qualunque, quelli al di sotto di ogni sospetto, quelli su cui le norme pesano davvero. Quelli che non hanno un leggio da portarsi dietro e una platea selezionata ad ascoltarli.
Padre Paolo Benanti, consigliere del Papa sull’intelligenza artificiale, ha definito le iniziative di Thiel un prolungato atto di eresia. Forse. Ma l’eresia ha sempre il merito di costringere a pensare. E di questi tempi, non è poco.
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