Il protrarsi dell’ingorgo nello Stretto di Hormuz rischia di incanalare anche i portafogli d’investimento in una strettoia costellata di insidie. Il collo di bottiglia del greggio può nel giro di poco tempo trasformarsi in un collo di bottiglia per le strategie d’investimento. Se lo shock energetico dovesse persistere, lo scenario che gli economisti paventano sarebbe infatti quello di stagflazione, ossia il concretizzarsi in contemporanea di alta inflazione e crescita anemica se non negativa. Secondo l’ultimo sondaggio mensile condotto da Bank of America tra i gestori di fondi globali il contesto macro è sempre più visto come stagflazionistico, con il 51% degli investitori che si aspetta una crescita debole e un’inflazione sopra il trend. Ipotizzando quotazioni del greggio in area 100 dollari per tutto il 2026, gli analisti di Barclays vedono la crescita globale ridursi dello 0,2% e l’inflazione lo 0,7 per cento più alta.
Una prospettiva che è in grado di mandare in tilt quelle strategie che puntano sul bilanciamento in portafoglio di azioni e obbligazioni. Così successe nel 2022 con la discesa in simultanea di entrambe le asset class regine. La vecchia coperta di Linus del portafoglio 60/40 (60% azioni e 40% obbligazioni) si dimostrò in quel frangente totalmente inefficace e in piccola misura anche nelle prime settimane del conflitto in Iran la situazione si è riproposta. Rispetto a quattro anni fa – quando la Federal Reserve passò dal bollare l’inflazione come transitoria a trovarsi costretta ad alzare i tassi di 525 punti base – la situazione appare ben diversa con mercato del lavoro Usa ben più debole, reddito reale delle famiglie in fase di stallo e fiducia minata dalle preoccupazioni relative ai dazi. «Oggi la politica monetaria è più equilibrata e, in alcuni casi, come negli Stati Uniti e nelle economie emergenti, i tassi sono addirittura su livelli restrittivi, una situazione opposta a quella che si registrava alla vigilia del conflitto Russia-Ucraina», asserisce Luca Simoncelli, investment strategist di Invesco.
Una duratura fiammata inflattiva renderebbe però inutilizzabile la consueta risposta politica di tagli aggressivi dei tassi in caso di recessione. E il portafoglio tradizionale 60/40 potrebbe andare di nuovo in sofferenza. Qualora il processo di de-escalation dovesse risultare più lento di quanto sconti al momento il mercato, «sarà opportuno incrementare l’esposizione verso asset reali, diversificando in materie prime energetiche, metalli industriali e oro – indica lo strategist di Invesco – aumentando parallelamente la quota di obbligazioni indicizzate all’inflazione, mentre per l’azionario si dovrà privilegiare un’esposizione equilibrata su settori e fattori più difensivi legati alle infrastrutture energetiche, alle utilities e all’estrazione mineraria che potrebbero trarre beneficio da questo contesto». Lato reddito fisso le scadenze brevi, tasso variabile e i titoli legati all’inflazione «rappresentano una soluzione di investimento più efficiente», osserva Nicolò Nunziata, responsabile Ufficial Financial Markets di Banca Finint, che in uno scenario di rialzi limitati e circoscritti dei prezzi nei prossimi mesi/trimestri vede invece bond e azioni contraddistinti da un rapporto rischio-rendimento accettabile e da un rendimento reale che nel medio periodo rimane positivo. Altrimenti andrebbero sottopesati preferendo asset contraddistinti da una correlazione positiva con l’inflazione, ovvero oro e materie prime.
La volatilità generata dal rischio geopolitico ed energetico, con il ritorno prepotente della forza del dollaro, ha già in parte invertito molti trend di investimento, come la sovraperformance dei mercati europei ed emergenti rispetto all’azionario Usa. «Oltre alla minore dipendenza energetica – spiega Simoncelli – gli Stati Uniti sono un esportatore netto di petrolio e il dollaro beneficia direttamente dal miglioramento delle condizioni di scambio, poiché le materie prime esportate aumentano di prezzo rispetto a quelle importate. Il protrarsi della crisi energetica potrebbe prolungare la fase di ritorno dei flussi di investimento verso il dollaro e Wall Street».
Decisivo è il fattore tempo. Ad oggi prevale l’aspettativa che il conflitto in Iran si risolva relativamente in fretta e, pertanto, le ricadute sulle Borse sono state abbastanza contenute. «Se le condizioni non migliorassero in modo significativo entro poche settimane – taglia corto Stephen Dover, chief investment strategist di Franklin Templeton – i mercati potrebbero affrontare una volatilità più elevata e pressioni al ribasso più profonde e pressioni più forti sulle regioni dipendenti dalle importazioni e performance relativamente migliori nei settori legati all’energia, mentre le aree più sensibili ai consumi affrontano le maggiori difficoltà». E in tal caso rischierebbe di soffrire di più l’Europa perché più sensibile all’energia importata, mentre gli Stati Uniti sono strutturalmente in una posizione migliore perché producono gran parte della propria energia. Barclays stima che proprio l’area dell’euro subirebbe l’impatto stagflazionistico più forte, con un – 0,4% in termini di crescita, mentre l’inflazione sarebbe superiore di 1,1 punti percentuali. La crescita negli Stati Uniti rimarrebbe invece pressoché invariata, con un calo di soli 0,1 punti percentuali, poiché le riduzioni della spesa dei consumatori sarebbero compensate dagli investimenti nella produzione petrolifera.
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