C’è voluto un quarto di secolo, alcune decine di miliardi di debiti accumulati e una sequenza quasi ininterrotta di cambi di mano per capire che la privatizzazione non era capitalismo, ma una sofisticata operazione di trasferimento di ricchezza. La storia di Telecom Italia – oggi nota come Tim – è un caso di scuola di come una privatizzazione mal concepita possa trasformarsi in una lunga razzia. Quando nel 1997 il governo guidato da Romano Prodi avviò la dismissione, Telecom valeva l’equivalente di 40 miliardi di euro (80mila miliardi di lire), aveva un debito contenuto e una posizione dominante in un mercato destinato a esplodere. Si scelse però di cedere senza costruire un nocciolo duro pubblico, senza vincoli industriali stringenti, senza una vera regia strategica. Si aprì così la porta a un capitalismo senza capitale affidando il compito all’Ifil della famiglia Agnelli. Errore gravissimo.
La scalata di Colaninno
Il secondo passaggio chiave arriva nel 1999, con la scalata ostile di Roberto Colaninno e della sua Olivetti: un’operazione di quasi 110mila miliardi di lire (55 miliardi di euro), finanziata in gran parte a debito e guidata da Mediobanca. Una leva finanziaria imponente, che subito trasferisce sull’azienda il peso dell’acquisizione. È qui che nasce il peccato originale: Telecom diventa una macchina per servire il debito, non per investire nella rete. Negli anni successivi, tra dividendi generosi e cessioni di asset, si drenano risorse per decine di miliardi. Poi arriva Marco Tronchetti Provera, che prende il controllo attraverso Pirelli: promette rilancio, ma eredita e mantiene una struttura finanziaria fragile. Il debito, che aveva toccato 46 miliardi di euro, resta sopra 30 miliardi per anni, mentre gli investimenti non tengono il passo con i concorrenti europei. Il declino si consolida con l’ingresso di Telefónica nel 2007, attraverso Telco con la regia, di nuovo, di Mediobanca: un’alleanza che, più che rafforzare Telecom, ne congela le ambizioni. Gli spagnoli hanno altri interessi, altri mercati prioritari. L’Italia diventa periferia strategica. Poi è la volta dei francesi di Vivendi, guidati da Vincent Bolloré: entrano nel capitale con circa il 24%, investono qualche miliardo, ma la loro strategia guarda ai contenuti e al controllo, non alla rete. Nel frattempo, tra il 1999 e il 2020, il gruppo distribuisce oltre 50 miliardi di dividendi accumulando il debito di cui si è detto. Il valore di Borsa crolla: da oltre 100mila miliardi di vecchie lire a poche decine, fino agli attuali livelli di 10 miliardi (dopo essere crollato fino a 5 miliardi) che raccontano più una sopravvivenza che una leadership.
Chi ha beneficiato di questa lunga stagione? Chi ha costruito operazioni a leva, chi ha incassato dividendi, chi ha utilizzato Telecom come piattaforma finanziaria? Non certo il Paese, che si ritrova con una rete in ritardo e una infrastruttura strategica indebolita. Non certo i risparmiatori, che hanno visto erodere il valore delle loro azioni. Non certo i lavoratori, che hanno pagato ristrutturazioni e incertezze. È stato, come più volte sottolineato anche in queste colonne, un capitalismo di relazione e di debito, dove il rischio viene scaricato e il profitto concentrato. E la politica? Ha alternato silenzi e interventi tardivi, incapace di esercitare una funzione di indirizzo su un asset che è per definizione strategico.
Nessuna ideologia
Eppure oggi c’è ancora chi si stupisce del ritorno dello Stato. Ma qui non c’è alcun ritorno ideologico: c’è un rientro forzato dopo un fallimento. L’operazione che vede protagonista Poste Italiane, guidata dall’ad Matteo Del Fante e dal dg Giuseppe Lasco, insieme a Cassa depositi e prestiti, si inserisce in questo contesto. Poste oggi vale in Borsa oltre 25 miliardi di euro, genera utili per più di 2,2 miliardi e ora può diventare una piattaforma logistica e digitale capace di competere con i colossi europei. Non è più la vecchia struttura clientelare, ma un attore industriale vero. Il suo intervento in Tim non è una nostalgia della Prima Repubblica: è una risposta pragmatica a un problema concreto.
Sicurezza nazionale
Il punto centrale è la sicurezza nazionale. Il governo guidato da Giorgia Meloni lo ha messo nero su bianco: le telecomunicazioni sono un’infrastruttura critica. Su di esse transitano dati sensibili, comunicazioni strategiche, funzioni essenziali dello Stato e dell’economia. In un contesto globale segnato da tensioni geopolitiche e guerre ibride, lasciare un asset del genere esposto a logiche di breve periodo o a interessi esteri non allineati non è apertura al mercato: è vulnerabilità. È per questo che molti Paesi europei mantengono un presidio pubblico diretto o indiretto nelle telecomunicazioni.
Infrastruttura strategica
La verità è che la scelta oggi non è tra pubblico e privato, ma tra controllo e abbandono. Tra una gestione orientata all’interesse nazionale e una sequenza di operazioni finanziarie scollegate da qualsiasi visione industriale. Poste Italiane può rappresentare un punto di equilibrio: un soggetto quotato, quindi sottoposto al controllo del mercato, ma con una regia pubblica capace di garantire stabilità e investimenti di lungo periodo. Non è la soluzione perfetta, ma è probabilmente l’unica rimasta dopo anni di errori. Perché il punto finale, quello che spesso si evita di dire con chiarezza, è uno solo: Tim-Telecom non è stata privatizzata per diventare più efficiente, ma utilizzata come leva per operazioni finanziarie che ne hanno progressivamente eroso il valore. È stata caricata di debiti, privata di risorse, attraversata da strategie incoerenti. È stata, in una parola, spolpata. E quando un’infrastruttura strategica viene indebolita fino a questo punto, l’intervento pubblico non è una scelta ideologica: è un atto dovuto. Non per tornare indietro, ma per evitare di scomparire.
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