Camillo Greco, direttore finanziario di Poste Italiane, l’operazione Tim nasce dopo la grande corsa del titolo e, in seguito all’acquisizione di quote da parte di Poste, è arrivato anche il ritorno all’utile della tlc. Quanto questi risultati hanno inciso sulle modalità del lancio dell’offerta?
«Come da tradizione di Poste Italiane, abbiamo intrapreso il percorso con grande cautela. Siamo partiti un anno fa con l’acquisizione delle quote di Cassa depositi e prestiti, attraverso lo scambio con la partecipazione in Nexi e 160 milioni di euro. Quello è stato un primo passo per vedere come reagivano gli investitori, i quali hanno approvato l’operazione. Confortati da questo, a marzo 2025 abbiamo acquistato il 15% che era in mano a Vivendi. Poi, in estate, abbiamo rilevato un ulteriore 1,7% di azioni di risparmio. Il prezzo del titolo, a questo punto, ha continuato ad avanzare e noi abbiamo acquisito l’ultima parte delle azioni del gruppo francese. Questo percorso articolato ci ha dato confidenza nella bontà dell’investimento e ci ha consentito di monitorare da vicino le performance dell’azienda».
Immagino che questa performance vi abbia convinto, vista la decisione di salire fino alla totalità del controllo.
«Abbiamo apprezzato il lavoro fatto dall’amministratore delegato Pietro Labriola e dal suo management team: prima Adrian Calaza e poi il direttore finanziario Piergiorgio Peluso, con il quale, come ogni altro azionista, abbiamo avuto continue conversazioni di business. Con il passare del tempo abbiamo capito che la società aveva un ulteriore potenziale attraverso la piena integrazione in una realtà come la nostra, che conta 13mila uffici postali, una rete terza e app digitali che possono mettere a terra in modo più efficiente i prodotti di Telecom Italia. Basti pensare che abbiamo una piattaforma con 35 milioni di clienti finanziari, che salgono a 45 milioni includendo anche la logistica. Abbiamo quindi approfittato di una finestra di mercato che si era creata: avremmo dovuto presentare al mercato un piano industriale entro settembre e non ci sembrava corretto comunicarlo senza dichiarare che avevamo intenzione di fare un’operazione di questo tipo».
L’amministratore delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante, ha rivelato che il dossier era nei vostri radar già da cinque anni.
«Lavoro in Poste Italiane da sei anni ed è da luglio 2020 che monitoriamo Tim. Dopo la cessione della rete fissa di FiberCop e grazie al lavoro dell’amministratore delegato, insieme al management team, avviato fin dal 2017, Poste Italiane è stata resa più efficiente e anche la capacità di supportare un’operazione di questo tipo è aumentata. Inoltre, nel frattempo, Tim è riuscita a rimettersi in carreggiata attraverso il piano che ha poi attuato, con la vendita della rete fissa».
Al vostro primo ingresso nel capitale, poco più di un anno fa, speravate in una corsa tanto convincente del titolo?
«Prima del nostro arrivo, Tim era una società caratterizzata da una situazione conflittuale con l’azionista di riferimento Vivendi, al punto da voler bloccare l’operazione di vendita di FiberCop. È chiaro che uno scenario di questo tipo è negativo per un investitore internazionale e, di conseguenza, ha reso il titolo Tim non investibile. Il nostro arrivo ha portato una pacificazione che ha rimesso Tim nel novero delle società sulle quali si può investire. Di conseguenza, la società si è rivalutata, mentre prima era trattata con un forte sconto sul prezzo delle azioni. L’arrivo di Poste Italiane, inoltre, ha messo sul tavolo possibili sinergie e abbiamo sostenuto anche l’avvio della conversione delle azioni di risparmio».
Insieme a Tim accogliete nel gruppo un debito after lease di quasi 7 miliardi. Questo richiede qualche accortezza?
«Il gruppo Poste Italiane è valutato BBB+ da Standard & Poor’s, come il rating sovrano, e BAA2 da Moody’s. In entrambi i casi siamo giudicati ampiamente in grado di sostenere il debito di Tim. La nostra leva di debito congiunta, ossia quella di Tim e di Poste Italiane insieme, è di circa 1,5 volte l’Ebitda, ovvero il margine operativo lordo. Se consideriamo i circa 6,9 miliardi di debito di Tim, i 2,8 miliardi già presenti in Poste Italiane e i 2 miliardi con cui pagheremo la parte in contanti dell’Opas, arriviamo a 12 miliardi di debito a fronte di 8 miliardi di Ebitda. Una leva fisiologica e sostenibile, che nel tempo si ridurrà perché genera cassa».
Avete parlato di 700 milioni annui di sinergie. Potrebbe spiegare in quali aree saranno concentrate?
«Tim sarà un ulteriore veicolo di crescita per il gruppo. Una leva importante sarà il cosiddetto cross selling, ovvero la vendita dei nostri prodotti alla clientela delle grandi aziende e della pubblica amministrazione di Tim, come conti correnti, carte di pagamento e polizze. Allo stesso modo, i nostri 13 mila uffici postali, che già vendono Poste Mobile, potranno proporre i servizi di Tim, che è un marchio storico della telefonia. Abbiamo stimato 200 milioni di efficienze di fatturato. Altri 500 milioni arrivano, in parte, dall’efficientamento del debito, grazie al fatto che oggi Tim ha un rating più basso del nostro e rifinanziare il debito costa meno. Il resto è legato a una razionalizzazione dei costi, come attività di acquisto congiunto delle forniture e strutture interne che possono funzionare meglio se messe a lavorare insieme».
Lei ha parlato di una politica dei dividendi competitiva: può dirci qualcosa in più?
«Quando si fa un’operazione di questo respiro, di solito si fa una pausa sulla politica dei dividendi. Noi abbiamo annunciato il pagamento di 0,85 euro per azione a giugno e dichiarato che nel 2027, dopo l’approvazione del bilancio 2026, la politica sulle cedole verrà ampliata. Quindi anche gli azionisti di Tim che riceveranno azioni di Poste Italiane nell’ambito dell’Opas beneficeranno di un dividendo fra 1,25 e 1,30 euro per azione».
Il mercato della telefonia mobile rimane in difficoltà. Davvero c’è spazio per un consolidamento del settore che possa invertire la tendenza?
«Come ha detto Matteo Del Fante, in Italia il consolidamento lo abbiamo già fatto: Poste Mobile ha una quota di mercato del 5%, che si andrà a sommare a quella detenuta da Tim. Per il resto, vedremo più avanti. Per ora rimaniamo concentrati sul completamento di questa operazione».
Tim Brasil continuerà a essere il gioiello della corona oppure, a un certo punto, verrà venduta per fare un’acquisizione?
«Tim Brasil è strategica e paga 500 milioni di dividendi a Tim, essendo uno dei tre principali operatori in un mercato di 210 milioni di persone. È un gioiello che è parte integrante della transazione. Siamo grandi estimatori di Tim Brasil».
L’azionista pubblico si troverà con oltre il 50% del capitale, ma basta meno per mantenere il controllo del gruppo. È un tema su cui si possono già fare valutazioni o è prematuro ipotizzare una discesa in una fase successiva?
«Al momento non è prevista, sottolineo in alcuno scenario, una discesa al di sotto di quella soglia di capitale».
Leggi anche:
Poste lancia i nuovi pacchi sostenibili ispirati alle Olimpiadi
Tim punta su intelligenza artificiale e cloud con Poste
© Riproduzione riservata