Fra le associazioni fin da subito più attive nel denunciare i rischi della direttiva case green, che ha già iniziato a presentare il conto con l’apertura della procedura di infrazione Ue contro l’Italia, c’è da sempre Confedilizia. Tanto che il suo presidente, Giorgio Spaziani Testa, lancia un appello al governo affinché continui a lottare in Europa per fermare o quantomeno modificare la misura imposta dalla Commissione targata Ursula von der Leyen.
Presidente, qual è la reazione di Confedilizia alla notizia della procedura di infrazione aperta dall’Unione Europea?
«Si tratta di una mossa attesa e prevedibile, visto che non è stato presentato il Piano nazionale ristrutturazioni. Entrando nel merito, mi sembra però che si stia creando una situazione assurda visto che il nostro Paese non è l’unico finito nel mirino della burocrazia europea: trovo paradossale che venga aperta una procedura di infrazione contro 19 Paesi su 27, ovvero la stragrande maggioranza degli Stati membri dell’Unione. Sarebbe il momento di iniziare a porsi qualche domanda… Noi critichiamo da sempre la direttiva, anche se il testo finale è stato modificato e attenuato rispetto alle prime bozze, per esempio con l’eliminazione del divieto di vendere e affittare gli immobili nelle classi energetiche meno efficienti previsto all’inizio dell’iter».
Quali sono i vostri appunti principali?
«Come proprietari immobiliari siamo favorevoli all’efficienza energetica, ma non ci convince un approccio vincolistico e impositivo. L’Europa chiede di intervenire, come primo step, riducendo il 16% dei consumi medi entro il 2030 per ridurre il loro consumo di energia. Benissimo, ma come possiamo arrivare a questo obiettivo? I dati Enea dimostrano che un pezzettino di strada è stato percorso, ma siamo ben lontani dal traguardo. E le criticità sono innumerevoli».
Quali sono quelle principali?
«Per iniziare, sono stati ridotti i bonus edilizi – scesi al 50% per la prima casa e al 36% per la seconda – ed eliminati cessione del credito e sconto in fattura, scelte che non condividiamo. Il governo sta ancora valutando che cosa fare e non ha neanche avviato l’iter di recepimento della direttiva, il che rende impossibile capire quali risorse economiche – sia pubbliche sia private – serviranno. Non sappiamo con esattezza su quali immobili sarà necessario intervenire e quindi con quali strumenti il governo potrebbe scendere in campo. Non si può pensare che i proprietari sborsino decine di migliaia di euro in pochi anni, sono soldi che semplicemente non hanno».
Un’ipotesi potrebbe essere quella di aumentare i bonus edilizi, che però sono stati ridotti a causa delle ripercussioni del Superbonus sui conti dello Stato: le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio parlano di un impatto di 4,6 punti di Pil sul debito pubblico solo nel triennio 2025/2027.
«Si può chiedere di alzare le detrazioni e reintrodurre cessione del credito e sconto in fattura, ma queste misure non sono considerate opzioni praticabili dal governo. La verità è che bisogna intervenire alla fonte, ovvero in Europa, facendo pressioni sulla Commissione per ottenere la modifica della direttiva o quantomeno un cambio delle date, tanto più che la procedura d’infrazione riguarda ben 19 Paesi, non solo l’Italia. Anche nel Nord Europa, una realtà ben diversa dalla nostra, non sono riusciti a mettere a terra la programmazione. Si tratta di una serie di regole sbagliate proprio dal punto di vista concettuale. La direttiva case green non è la Bibbia, si può e si deve cambiare. Dal nostro punto di vista non bisogna imporre degli obblighi agli Stati, ma dare soltanto delle direzioni».
Con la guerra in Iran rischia anche di tornare il problema della maxi inflazione che, a causa del blocco del petrolio, colpirà tutti i settori, compreso quello dell’edilizia.
«Se la crisi dello Stretto di Hormuz non si risolverà in tempi brevi ci saranno rincari a catena, sia legati alla corsa del greggio sia speculativi. Il petrolio influisce su tutto e all’aumento dei materiali da costruzione si sommerà anche quello delle bollette per le famiglie. Non si può arrivare alla casa green con la bacchetta magica, è necessario avere un approccio più realistico viste anche le differenze fra un Paese e l’altro. Da questo punto di vista Spagna, Grecia e Italia sono un mondo a parte sia perché hanno un patrimonio immobiliare più datato, spesso di grande pregio, sui cui non si può intervenire se non si vogliono deturpare edifici storici, sia perché c’è una proprietà diffusa, non concentrata in mano a grandi fondi immobiliari. Un altro fattore rilevante è la forte percentuale di appartamenti in condominio, cosa che rende complesso approvare le ristrutturazioni, come ha dimostrato il Superbonus: un’agevolazione del 110%, il massimo che si poteva dare, che è stata sfruttata solo per il 4% del patrimonio immobiliare anche per la mancanza delle maggioranze in assemblea. D’altra parte se i cittadini non hanno i soldi per pagare le spese ordinarie non gli si può chiedere di approvare quelle straordinarie…».
La direttiva case green rischia di favorire i grandi fondi e costringere i piccoli proprietari a vendere?
«È possibile ma solo se si parla di immobili particolarmente appetibili in aree di pregio, mentre i Comuni nelle aree interne non attraggono l’interesse dei capitali esteri. In ogni caso, bisogna rimettere mano agli incentivi edilizi e soprattutto al Sismabonus: prima o poi, purtroppo, in Italia si verificherà un altro terremoto catastrofico ed è necessario mettere in sicurezza il territorio. Purtroppo la sbornia del 110 ha creato una reazione opposta sul tema, ma bisogna capire che questo è un nodo prioritario».
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