Le tensioni geopolitiche che hanno colpito in primis il mondo dell’energia hanno generato una sorta di reazione a catena che sta coinvolgendo molti dei settori centrali dell’economia italiana. Dal vetro all’acciaio, dalla chimica alla plastica, i cosiddetti energivori stanno pagando i costi indiretti del conflitto. L’effetto domino è già realtà e riguarda, in primis, la siderurgia e il settore dei metalli, che rappresentano il cuore dell’industria pesante italiana. Si tratta di un comparto fortemente energivoro, dove l’energia è indispensabile per alimentare forni e processi produttivi continui. Poli come quello di Brescia o della Lombardia ospitano alcuni dei principali operatori del settore, tra cui Acciaierie d’Italia, Gruppo Riva e Acciaierie Arvedi. Accanto a questi, realtà come O.R.I. Martin e Acciaierie Bertoli Safau completano un ecosistema estremamente sensibile al costo dell’energia.
Un discorso simile vale per il comparto del cemento, della calce e del gesso, dove i processi produttivi richiedono temperature elevatissime. Non a caso viene spesso definito un settore “hard-to-abate”, cioè difficile da decarbonizzare. Qui operano grandi gruppi come Buzzi Unicem, Italcementi e Colacem, affiancati da altre realtà storiche come Industria Cementi Giovanni Rossi. Occhi anche su chimica e petrolchimica, dove l’energia non serve solo per far funzionare gli impianti, ma rappresenta anche una materia prima essenziale. Aziende come Eni, attraverso la controllata Versalis, insieme con Maire Tecnimont e Solvay, operano in un contesto dove le variazioni del prezzo del gas e del petrolio hanno un impatto immediato.
Meno visibile ma altrettanto assetato di energia è il settore della carta e cartotecnica. La produzione, soprattutto nella fase di essiccazione della pasta di legno, richiede grandi quantità di energia. In questo ambito si distinguono gruppi come Sofidel, noto per il marchio Regina, Burgo Group e realtà come Industria Cartaria Tivoli. Anche il comparto della ceramica e del vetro è particolarmente esposto, soprattutto nei distretti produttivi come quello di Sassuolo. Per queste aziende, l’elettricità rappresenta circa il 44% dei consumi industriali, seguita dal gas naturale con il 33%. Guardando ai numeri, in Italia, i settori industriali più energivori, riguardano una platea di circa 1.000-3.000 imprese.
L’onda d’urto arriva anche ai settori manifatturieri più diffusi, come il tessile, la meccanica e in generale il mondo delle piccole e medie imprese. Qui il problema non è tanto diretto quanto indiretto: materie prime più care, energia più costosa, difficoltà a trasferire gli aumenti sui clienti. Le pmi, che spesso hanno margini più ridotti, sono quelle che rischiano di soffrire di più.
Non a caso, Anie Confindustria ha evidenziato un quadro sempre più complesso per le imprese, alle prese con rincari, ritardi e difficoltà nella gestione degli approvvigionamenti.
Dai primi risultati di una ricerca su un campione di oltre duecento aziende associate emergono criticità diffuse: più della metà delle imprese registra un aumento significativo dei costi di trasporto (57%) e delle materie prime (53%), mentre circa il 74% segnala ritardi nelle consegne. Una situazione che si riflette direttamente sull’operatività quotidiana e sulla gestione dei cantieri. Le maggiori tensioni riguardano la filiera petrolchimica, dove gli aumenti possono arrivare fino al 30% dei costi complessivi delle lavorazioni. Tra i materiali più colpiti figurano conglomerati bituminosi e asfalti, calcestruzzi, materiali per ripristini provvisori e definitivi, oltre ad altre materie prime e semilavorati legati al ciclo del petrolio.
Un quadro alla luce del quale Confindustria ha lanciato ieri l’allarme sul Pil: secondo quanto stimato dal centro studi di viale dell’Astronomia, se la guerra dovesse finire entro la prossima settimana la stima per il 2026 sarebbe rivista al ribasso da +0,7% a +0,5%. Ma gli economisti ipotizzano anche altri due scenari, ben più inquietanti, fissando la fine del conflitto a giugno o addirittura a fine anno: «Il Pil italiano è stimato in stagnazione se la guerra si prolunga fino al secondo trimestre, o addirittura in recessione se il conflitto dura fino al quarto trimestre». C’è poi l’allarme prezzi: l’impennata dell’energia si rifletterà nell’inflazione, che nello scenario base avrà un picco vicino al 3% per attestarsi a una media di +2,5%, con una revisione al rialzo di +0,7 punti rispetto alla stima di ottobre. Se il conflitto si protraesse fino a giugno «le imprese manifatturiere italiane si ritroverebbero a pagare ulteriori 7 miliardi l’anno in più in bolletta». Nello scenario peggiore, con la guerra fino a fine anno le imprese pagherebbero 21 miliardi.
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