Per i manager dell’industria il dibattito non è più se fare o meno il nucleare. La vera domanda è quanto velocemente il Paese riuscirà a dotarsene. A certificarlo è un sondaggio commissionato da Aldai-Federmanager, che in Lombardia rappresenta quasi 14 mila manager e raccoglie circa un terzo dell’intera base associativa nazionale di Federmanager. Lo studio, realizzato da AstraRicerche consultando gli iscritti tra metà aprile e metà maggio 2026, è stato presentato all’assemblea annuale dell’associazione che si è tenuta a Milano il 10 giugno e restituisce una fotografia nitida delle priorità del mondo produttivo.
Il messaggio è chiaro: il favore verso il nucleare raggiunge l’82,3%, mentre i contrari si fermano all’8,2%. Ma il dato forse più significativo è un altro: il 63,6% degli intervistati considera l’atomo non solo utile o complementare alle altre fonti, bensì addirittura indispensabile. Tradotto: il nucleare per i manager è una priorità, le rinnovabili un buon accompagnamento. Questo plebiscito trasversale è trasversale. Non emergono differenze significative tra grandi gruppi e piccole imprese, tra aziende italiane e multinazionali, tra manager di diverse funzioni aziendali. Il consenso attraversa l’intero tessuto produttivo, non solo le imprese energivore o le grandi aziende industriali.
Come sottolinea Giovanni Pagnacco, presidente di Aldai-Federmanager, «i manager chiedono meno ideologia e più pragmatismo, una strategia energetica stabile, meno burocrazia e un’accelerazione sul nucleare di nuova generazione. Senza una politica industriale di lungo periodo la transizione energetica rischia di perdere efficacia e di compromettere la competitività delle imprese italiane». Quando ai manager viene chiesto di indicare la fonte energetica prioritaria per il futuro, il nucleare di nuova generazione raccoglie da solo il 44% delle preferenze, a cui si aggiunge un ulteriore 9,7% favorevole alla fusione. In altre parole, le tecnologie nucleari nel loro complesso superano la metà delle indicazioni espresse dagli intervistati. Al centro dell’interesse vi sono soprattutto gli Small Modular Reactor (Smr), considerati la soluzione più realistica per garantire sicurezza energetica, competitività industriale e riduzione delle emissioni.
Chiara gerarchia
Questo non significa che le rinnovabili vengano bocciate. Al contrario. Fotovoltaico, idroelettrico ed eolico continuano a essere considerati strumenti importanti. Tuttavia, la ricerca mostra una chiara gerarchia: il nucleare viene percepito come il pilastro del futuro mix energetico, mentre le fonti rinnovabili rappresentano un’integrazione necessaria ma non sufficiente. Più debole, invece, l’interesse verso l’idrogeno, che aveva alimentato aspettative molto elevate ma che oggi appare meno convincente. La ricerca mette inoltre in evidenza quali siano le richieste rivolte alla politica. La prima riguarda la necessità di una strategia energetica di lungo periodo. Per i manager il problema principale non è la mancanza di capitali o di tecnologie, bensì l’assenza di una visione stabile e duratura. Le imprese chiedono investimenti nella ricerca, sostegno alle nuove tecnologie energetiche e accordi internazionali per diversificare gli approvvigionamenti. Sul fronte europeo, invece, la priorità è il coordinamento.
Emerge anche il tema della burocrazia. L’85% degli intervistati individua nelle lungaggini autorizzative uno dei principali ostacoli alla transizione energetica. Un problema che riguarda tanto i grandi impianti quanto iniziative più circoscritte. Pesa, inoltre, l’opposizione sociale ai nuovi impianti. Il 64% dei manager ritiene che le resistenze territoriali rappresentino un freno significativo. Un fenomeno che non riguarda soltanto il nucleare, ma coinvolge sempre più spesso anche impianti eolici, fotovoltaici e altre infrastrutture strategiche.
La ricerca, però, restituisce anche un importante messaggio di fiducia. «Oltre sei manager su dieci ritengono realistico che l’Italia possa raggiungere entro il 2040 un mix energetico stabile, competitivo e sicuro. Non si tratta di una prospettiva immediata, né di una rivoluzione da realizzare entro il 2030. Ma neppure di un traguardo rinviato alla metà del secolo. L’orizzonte indicato è quello di una decina d’anni, il tempo necessario per programmare investimenti, costruire infrastrutture e sviluppare nuove competenze», sottolinea il direttore di AstraRicerche, Cosimo Finzi.
C’è infine un ultimo dato. Alla domanda su quale debba essere la priorità della politica energetica, la maggioranza indica la sicurezza degli approvvigionamenti prima ancora del contenimento dei costi. Per le imprese, infatti, un’energia cara rappresenta un problema. Ma un’interruzione delle forniture o un blackout produttivo rappresentano un rischio ancora maggiore.
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