Il vero passaggio chiave arriverà con la notifica europea di primavera. Quando i dati sui conti pubblici del 2025 saranno aggiornati e validati, l’Italia potrebbe trovarsi davanti alla soglia simbolica del 3% di deficit/Pil, il limite che separa la normalità fiscale dalla procedura per disavanzo eccessivo. Il dato preliminare del 3,1% ha già indicato una traiettoria chiara: la direzione è quella giusta e l’obiettivo è a portata di mano. Se la revisione dei numeri legata alla coda del Superbonus e all’andamento delle entrate confermerà un ulteriore miglioramento, l’uscita dalla procedura nel 2026 diventerebbe il coronamento del lavoro portato avanti dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che in questi anni ha puntato su prudenza, credibilità e dialogo costante con Bruxelles. Un successo testimoniato anche dalle promozioni ottenute dalle principali agenzie di rating.
Lavoro silenzioso
La partita si gioca su un solo decimale di Pil (2,2-2,3 miliardi di euro), ma il valore politico ed economico è enorme. Portare il deficit sotto il 3% significherebbe dimostrare che l’Italia è riuscita a rientrare nei parametri europei senza ricorrere a manovre recessive e senza compromettere la crescita. Il percorso di aggiustamento è stato costruito su una gestione graduale della spesa e su un rafforzamento delle entrate, con l’obiettivo di accompagnare il rientro del deficit senza spegnere il sistema produttivo. In questo senso, la soglia del 3% rappresenta non solo un parametro tecnico, ma il simbolo di una nuova stagione di credibilità finanziaria. Dietro questa traiettoria c’è un lavoro tecnico continuo che passa attraverso il confronto con la Commissione Ue. Il dialogo tra il ministero dell’Economia e i tecnici europei ha consentito di costruire un percorso di aggiustamento realistico, basato su ipotesi prudenziali e su un programma di riforme coerente con il Pnrr.
L’estensione a sette anni del periodo di aggiustamento, fino al 2031, è stata una scelta strategica: ha dato tempo all’Italia di ridurre gradualmente il disavanzo e di mantenere una traiettoria sostenibile del debito. Il risultato è un sentiero che prevede il deficit al 3% nel 2025 e al 2,8% nel 2026, con un avanzo primario in crescita e una spesa netta sotto controllo. Un percorso che rafforza la posizione italiana nel confronto europeo e che segnala una gestione dei conti improntata alla stabilità. Secondo una recente analisi dell’Upb, infatti, il quadro programmatico dell’Italia appare sostanzialmente affidabile con una traiettoria del deficit/Pil in calo dal 3 al 2,8% quest’anno, mentre il deficit francese è stimato al 4,7% e quello tedesco passare dal 3,3 al 4,8% in virtù del piano di stimolo fiscale di Merz. Insomma, altro che rispetto del Patto di Stabilità.
La Coda del 110%
La prudenza resta comunque d’obbligo. Il dato definitivo dipenderà in larga parte da due variabili: la revisione della coda del Superbonus e l’andamento delle entrate tributarie. Il 2025 ha mostrato un quadro incoraggiante sul fronte del gettito, con entrate complessive salite a circa 696 miliardi e un incremento vicino ai 20 miliardi rispetto all’anno precedente. L’Iva ha trainato la crescita grazie ai consumi interni, l’Irpef ha tenuto nonostante il taglio del cuneo fiscale grazie all’incremento dell’occupazione e l’Ires ha beneficiato dei buoni risultati delle imprese. Il problema è che una parte rilevante di questo miglioramento è stata assorbita dalle rate dei crediti edilizi. In sostanza, la crescita delle entrate ha compensato solo in parte l’eredità del Superbonus, riducendo il deficit ma senza eliminarne completamente l’impatto. È proprio su questo equilibrio che si concentrano le verifiche dell’Istat e, successivamente, Eurostat.
Il 22 aprile rappresenterà quindi un passaggio decisivo. Con la notifica europea, i dati diventeranno ufficiali e confrontabili con quelli degli altri Paesi dell’Unione. Se il deficit verrà confermato al 3% o leggermente sotto, l’Italia potrà avviare concretamente il percorso di uscita dalla procedura già nel quest’anno. Non sarebbe solo un risultato contabile, ma un segnale forte per i mercati e per gli investitori, perché certificherebbe la sostenibilità della finanza pubblica italiana. L’effetto più immediato sarebbe la riduzione del rischio Paese e, di conseguenza, un abbassamento del costo del debito. Le stime indicano che nel biennio 2026-2027 si potrebbero liberare o mettere al riparo circa 6,4 miliardi tra minori interessi (1,8 miliardi) e fine dell’obbligo del deposito infruttifero (lo 0,2% del Pil a garanzia del rientro, ossia 4,6 miliardi nel biennio) con un miglioramento complessivo della posizione finanziaria dello Stato e una maggiore certezza nella programmazione delle risorse europee.
L’economia regge
Il dato più rilevante, vale la pena ricordarlo, è che questo percorso di risanamento non ha indebolito l’economia reale. Occupazione in crescita (un milione di posti di lavoro creati da ottobre 2022), export dinamico (+3,3% l’anno scorso), aumento degli investimenti diretti esteri (+18,1% nel triennio del governo Meloni) e inflazione sotto controllo indicano che la correzione dei conti è stata accompagnata da una tenuta del sistema produttivo. In altre parole, l’aggiustamento non ha soffocato la crescita, ma ha contribuito a rafforzare la fiducia complessiva nel Paese. È una differenza importante rispetto alle fasi di austerità del passato, quando il consolidamento fiscale si traduceva in una contrazione dell’attività economica.
Oggi la strategia è diversa: disciplina di bilancio e sostegno alla competitività procedono insieme, con l’obiettivo di rendere strutturale il miglioramento dei conti. Naturalmente il contesto internazionale resta complesso. L’inversione del ciclo macroeconomico e le tensioni geopolitiche, a partire dal conflitto in Medio Oriente, potrebbero rendere più difficile mantenere la traiettoria nei prossimi anni. Anche per questo l’eventuale uscita dalla procedura nel 2026 assumerebbe un valore ancora maggiore. Basta un solo decimo di punto percentuale, quindi, per dimostrare che in Italia Giorgetti ha rimesso la chiesa al centro del villaggio.
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